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	<description>andremo in missione per conto di Dio, ma solo se paga bene</description>
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		<title>L&#8217;agguato</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Jan 2012 20:41:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[Era il posto giusto. In ombra, vicino ma non troppo, visuale perfetta sulla zona. Non avrebbe avuto scampo. Si era appostato molto presto, in modo da confondere la sua presenza con l’ambiente circostante. Quel bastardo era dannatamente furbo, abbastanza da &#8230; <a href="http://www.heresiae.net/wp/2012/01/lagguato/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Era il posto giusto. In ombra, vicino ma non troppo, visuale perfetta sulla zona. Non avrebbe avuto scampo.<br />
Si era appostato molto presto, in modo da confondere la sua presenza con l’ambiente circostante.<br />
Quel bastardo era dannatamente furbo, abbastanza da avergli già fatto venire due crisi isteriche.Si mise comodo. L’attesa sarebbe stata lunga ma non aveva intenzione di dormire: ogni volta che si addormentava sognava tutti i tentativi precedenti andati a male. Un incubo.<br />
Era diventato lo zimbello di tutti: quando usciva per farsi un giro nel quartiere trovava sempre qualcuno che gli chiedeva sghignazzando come andava il lavoro. Anche a casa nessuno lo prendeva più sul serio: il piccolo Tommy che prima lo cercava sempre per giocare, preferiva pupazzi dalla carriera immacolata.<br />
Ok, ultimamente non era particolarmente in forma, ma ci provassero loro a fare quel mestiere, non era così facile!<br />
Quella mattina però sarebbe stato diverso, ce l’avrebbe fatta. Gli sarebbe arrivato da dietro e l’avrebbe ucciso senza pietà. Niente discorsi alla Bruce Willis, niente giochetti: un colpo e via. Spietato<br />
I rumori della mattina cominciarono a giungere da un po’ tutte le parti. Passi, luci, voci. Presto anche lui sarebbe uscito.<br />
Cercò di rilassarsi o avrebbe percepito la tensione.<br />
Apparve dall’angolo. Socchiuse gli occhi fece maggior presa sul terreno.<br />
Stava attraversando, sarebbe passato proprio davanti a lui!<br />
Ancora pochi passi e sarebbe stato suo.Pochi istanti… il momento del riscatto.<br />
- Mao! Ecco dov’eri! –<br />
Quasi collassò.<br />
Due braccia lo issarono sulle spalla della donna mentre la preda fuggiva. Lo sconforto era tale che oppose la resistenza di peluche.<br />
Dannato topo. Dannati padroni.<br />
Ci provassero ancora a prenderlo in giro per la caccia infruttuosa. E chi li sentiva ora gli amici del vicolo?<br />
Che vita da gatti.</p>
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		<title>La Bussola</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Aug 2011 14:57:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cose]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[Toc toc. Bussò leggermente a una porta color mogano scuro e opaco, il cui colore e aspetto non riescono a dare la minima parvenza di una porta degna di questo nome. Il suono che il legno produce rimbomba e traballa, &#8230; <a href="http://www.heresiae.net/wp/2011/08/la-bussola/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Toc toc.<br />
Bussò leggermente a una porta color mogano scuro e opaco, il cui colore e aspetto non riescono a dare la minima parvenza di una porta degna di questo nome. Il suono che il legno produce rimbomba e traballa, tipico di una tavola di compensato spessa non più di mezzo centimetro e nemmeno troppo salda sui cardini.  Un foglio di carta stampata avvisa il pubblico che verrà ricevuto solo negli orari sotto indicati: chissà che fanno nelle restanti quattro ore lavorative. La porta è infissa in uno stipite dello stesso colore ed è consunto, come la piccola sala d&#8217;attesa con i muri beige, di cui si indovina il colore solo perché il nostro sistema percettivo ha ormai imparato a riconoscerlo. L&#8217;ambiente è un piccolo corridoio con altre porte squallide e consumate che vi si affacciano. Le sedie sono state incastrate alla meglio ai lati delle porte e sovrastate da manifesti sgargianti che chiedono fiducia e promettono speranza. Ormai sono opache dall&#8217;uso persino loro; solo qualche manifesto mostra lucido orgoglio per i suoi colori ancora luminosi di stampa, mortificando i più vecchi che non si sono nemmeno sprecati di levare, ma solo di coprire. L&#8217;ambiente è pieno per metà di persone in attesa, annoiate e con i cappotti slacciati, sbuffanti e rassegnati, hanno lo sguardo di chi farebbe volentieri a meno della magagna ma che proprio non ha potuto evitare di dover venire fin lì.<br />
La porta viene aperta di malagrazia, strappando un grugnito alla serratura il cui lamento però passa inosservato. I cardini non sembrano cogliere l&#8217;appello, forse sono satolli di olio.<br />
- Si? -<br />
Un&#8217;impiegata sbuca fuori dall&#8217;uscio come se fosse parte dello stesso, tiene la mano sulla maniglia e mi impedisce la visuale all&#8217;interno. Ha capelli ricci e crespi, occhiali spessi e squadrati, orecchini pendenti, trucco di circostanza e l&#8217;espressione annoiata e allo stesso tempo indifferente tipica degli impiegati, che non dice nulla e allo stesso tempo ti fa capire che non vede l&#8217;ora di liberarsi di te in tempo rercord, neanche fossi portatrice di chissà quale malattia infettiva.<br />
- Salve, dovrei fare una denuncia di smarrimento è richiesta di sostituzione se è possibile. -<br />
I muscoli facciali non si muovono, ma io so che sta ripassando mentalmente tutti gli svicolamenti possibili con cui rimandare o spedirmi da un altro collega, poi si ricorda che il mio caso compete proprio al suo ufficio, si rassegna e si fa di lato.<br />
- Prego. -<br />
La sua voce non mostra il minimo segno di quel ragionamento, ma mi ha tenuto sulla porta un secondo di troppo per non averlo fatto. Entro e richiudo la porta dietro di me, lanciando uno sguardo vittorioso a una vecchietta che mi guarda sovrappensiero. Chissà a quale ufficio deve andare.<br />
L&#8217;impiegata scivola dietro ad una delle due scrivanie anonime, nel piccolo ufficio anonimo, pieno di cose essenziali e anonime, su scaffali con raccoglitori altrettantoanonimi. La ditta deve essere L&#8217;Anonimi S.p.A.; persino il calendario è anonimo, con macchie di colore smorte anonime e caratteri standard anonimi. Guardo bene: graphic by Anonimi&amp;Co.<br />
Mi fa cenno di accomodarmi sulla sedia di plastica anonima, davanti alla scrivania in metallo e truciolato impiallicciato sgombra con portamatite e computer anonimi. Non c&#8217;è un oggetto personale nemmeno a pagarlo, persino la matricola dello schermo anonimo pare far parte integrante dell&#8217;anonimato; nemmeno le sigle dell&#8217;MI6 arrivano a tanto.<br />
Mi siedo e appoggio la borsa in terra, sul tipico pavimento a piastrelle anonimo, quello che sembra ottenuto da tanti cubi di sassi conglometrati assieme e poi tagliati, così non si vede quando il pavimento è sporco e nemmeno dove finisce il tappo della penna che ti è caduto. L&#8217;aria è asciutta e calda, senza alcun odore in particolare, forse gli impiegati usano deodoranti anonimi senza profumo. In effetti anche la donna è una perfetta impiegata anonima, con vestiti scuri e ben abbinati, collana poco vistosa in linea con gli orecchini, fisico normale senza qualità particolari. Forse anche gli impiegati escono dall&#8217;Anonimi&amp;Co.<br />
Cerco di mascherare la mia delusione, uno si aspetta che almeno da quelle parti le cose siano diverse, ma forse la burocrazia è burocrazia e basta, ovunque la si trovi.<br />
L&#8217;impiegata batte qualche tasto sulla tastiera anonima e appare una schermata bianca e grigia.<br />
- Denuncia di smarrimento ha detto, vero? -<br />
- Sì. &#8211; prima che io finisca di rispondere ha già selezionato il tipo di scheda che le serve e la schermata si agghinda di tante caselle vuote.<br />
- Nome? -<br />
- Heresiae. -<br />
- Professione? -<br />
- Studente. -<br />
- Residenza? -<br />
- Ovunque. -<br />
- Credo? -<br />
- Nessuno. -<br />
- Oggetto smarrito? -<br />
- La Bussola. –<br />
Trattengo leggermente il fiato ma l&#8217;impiegata non fa una piega e con il mouse si mette a cercare l&#8217;oggetto nell&#8217;elenco di un menù a tendina. Non posso far a meno di notare che ci mette un po&#8217; a trovarlo, forse da quelle parti considerano l&#8217;ordine alfabetico obsoleto.<br />
- Data dello smarrimento? -<br />
Mi drizzo un po&#8217; di più sulla sedia pensando che in effetti non lo so per certo. Come si fa a dire quando uno perde una cosa? Semmai posso dire quando mi sono accorta di averla persa. Esterno questo mio ultimo pensiero e l&#8217;impiegata modifica l&#8217;intestazione della casella.<br />
- Luogo di smarrimento? -<br />
- Venezia. -<br />
- Può essere più precisa per favore? -<br />
In quel momento penso che fosse un vero peccato che l&#8217;Anonimi S.p.A. dotasse i suoi prodotti di molta efficienza tecnica e velocità elevata di pensiero riguardo a dati archiviati e burocratici, ma senza quel briciolo di intelligenza in più che li avrebbe distinti da un qualsiasi automa.<br />
- Le ho appena detto che mi sono accorta di averla persa molto dopo lo smarrimento. -<br />
- Ho bisogno di un luogo preciso. -<br />
Niente non capisce.<br />
- Scriva casa mia se questo l&#8217;aiuta. -<br />
E scrive.<br />
- Sospetto di furto? -<br />
Strabuzzò gli occhi. Lei, da brava impiegata anonima non mi degna di uno sguardo, sta ferma davanti allo schermo con le dita protese sulla tastiera in attesa di imput. Decido che non è il caso di sottolineare l&#8217;imbecillità della domanda.<br />
- No. -<br />
- Sospetti sul luogo in cui potrebbe trovarsi? -<br />
- No. -<br />
- Livello d&#8217;urgenza della denuncia? -<br />
Faccia lei, mi sono persa quattro volte per arrivare fin qua.<br />
Vedo l&#8217;impiegata scrivere &#8216;basso&#8217; nella casella corrispondente e comincio ad alterarmi. Prima che possa protestare preme il tasto di invio e appare una pagina senza campi, ma con tutte le diciture prima inserite che lei comincia ad elencare con voce atona.<br />
- Denuncia di smarrimento da parte della creatura Heresiae, studente, residenza globale, nessun credo; oggetto Bussola, data di smarrimento Domenica notte, luogo di smarrimento casa propria, no furto, livello urgenza basso. E&#8217; tutto esatto? -<br />
- Si, ma per il livello di urg&#8230; -<br />
Preme il tasto di conferma e il computer da un bip soddisfatto di conferma invio dati. L&#8217;impiegata preme un altro tasto e la stampante dietro di lei si mette alacremente in moto. In meno di un minuto ho davanti a me uno stampato di quattro pagine in triplice copia da firmare.<br />
- Firmi vicino alle x prego. &#8211; guardo dove ha apposto le x con la biro, vicino alle linee tratteggiate con accanto scritto &#8216;Firma del denunciante&#8217;. Vorrei dirle che io non vengo dall&#8217;Anonimi S.p.A.  e che la mia fabbrica mi ha dotato di un cervello intelligente, ma mi mordo la lingua e prendo la penna nera anonima che mi porge, firmando.<br />
Raccoglie velocemente in fogli, li pinza, me ne da una copia e si intasca le altre tre. Batte ancora un paio di volte sulla tastiera e si gira a guardarmi.<br />
- Abbiamo finito. -<br />
Devo ricordarmi di aver pazienza con gli automi, che a quanto sembra non hanno memoria a breve termine.<br />
- Veramente vorrei fare anche una richiesta di sostituzione dell&#8217;oggetto smarrito. -<br />
L&#8217;impiegata mi guarda senza muovere un solo muscolo, ma la maschera di lattice che ha addosso non basta a non far trapelare la goduria maligna che sta provando in quel momento. Sorride con falsa condiscendenza e si aggiusta gli occhiali sul naso.<br />
- Mi spiace, ma in caso di smarrimento di oggetti intrinsechi alla persona non possiamo operare sostituzione. -<br />
- Prego? –<br />
- Vede, &#8211; apre un cassetto e tira fuori un tomo plastificato spesso quanto quattro volumi dell&#8217;enciclopedia, lo apre a colpo sicuro sulla lettera B, sfoglia ancora un paio di pagine, sorride e lo gira verso di me, &#8211; questi sono i parametri associati all&#8217;oggetto intrinseco Bussola. Come può leggere lei stessa non siamo in grado di operare sostituzione o riparazione alcuna. -<br />
Scorro le pagine di descrizione dell&#8217;oggetto che è corredata anche da un&#8217;immagine in bianco e nero sulla destra.</p>
<p><strong><em>Bussola</em></strong><br />
<em><strong> Categoria:</strong> oggetti intrinsechi</em><br />
<em><strong> Proprietà:</strong> oggetto con funzione orientativa, che indica la direzione migliore da seguire alla persona che la detiene. Può essere utile in casi decisionali riguardanti sfera lavorativa, economica, affettiva, familiare, sentimentale, ideologica. Non è un oggetto vincolante, la persona decide in piena indipendenza dal responso della Bussola. E&#8217; passibile di smarrimento e rottura.</em><br />
<em><strong> Azioni:</strong> le bussole raccolte e archiviate vengono regolarmente comparate con le denuncie di smarrimento inoltrate e restituite al legittimo proprietario in caso di riscontro positivo. Non sono possibili: riparazioni, sostituzioni, ricerca specifica di una singola bussola (casi di eccezione elencati in seconda pagina strett. ris.)</em><br />
<em><strong> Attenzione</strong>, la Bussola è&#8230;</em><br />
L&#8217;impiegata mi sottrae il tomo dalla vista e lo richiude con un tonfo, appoggiandocisi con i gomiti.<br />
- Mi dispiace, ora non le resta che aspettare, in caso di ritrovo verrà subito avvisata. Non c&#8217;è nient&#8217;altro che possiamo fare-<br />
L&#8217;automa/impiegata mi elargisce un sorriso falso quanto un coltellino svizzero cinese. Improvvisamente la stanza mi sembra molto meno anonima: le stampe del calendario anonimo rivelano il ghigno sadico che nascondo tra le macchie colorate, i raccoglitori anonimi sembrano sporgersi per guardare meglio il mio sconforto, con l&#8217;occhio lucido dal riso aperto poco sotto sulla fascetta; la stampante lampeggia gioiosa, il computer sfrigola soddisfatto, la luce nel neon illumina un po&#8217; di più, i sassi del pavimento cominciano a risalire le pareti per vedere meglio e gli occhiali della donna mandano il riflesso del neon, rendendo il suo un ghigno malefico senz&#8217;occhi, accecandomi; l&#8217;aria si fa umida e asfissiante.<br />
Mi alzo, ringrazio a mezza voce, ed esco da quell&#8217;ufficio prima che anche le matite e le sedie si uniscano all&#8221;orgasmo di gruppo di quell&#8217;ufficio. Chiudo la porta dietro di me e tiro un sospiro di sollievo, immaginando la donna che segna una tacca in più dietro allo schermo anomino del suo computer anonimo nel suo ufficio di nuovo anonimo. Ho in mano la denuncia di smarrimento, la guardo: anonima, uguale a tutte le altre che gli saranno già pervenute.<br />
Attraverso il corridoio che ospita ancora le stesse persone che ho visto prima di entrare nell&#8217;ufficio, sono più annoiate e rassegnate di prima e lo sguardo sembra spegnersi poco a poco. I manifesti continuano a occhieggiare dalle pareti cercando di catturare lo sguardo degli astanti, che sicuramente ormai li conoscono a memoria e stanno ripetendosi gli slogan mentalmente. L&#8217;aria è calda e viziata, vedo la signora anziana di prima che guarda la finestra posta in alto, vicino al soffitto, inesorabilmente chiusa. Esco e mi ritrovo nell&#8217;androne delle scale. Respiro l&#8217;aria più fresca e guardo il manifesto furbo alla mia destra che indica l&#8217;efficienza degli uffici e scoraggia il proseguimento delle scale verso gli altri credi; ha appiccicata una grossa freccia disegnata a mano con il pennarello nero.<br />
Scendo velocemente i gradini della piccola scala in sasso e ringhiera di metallo laccato malmessa. Cerco di sfuggire ai muri da intonacare tappezzati di manifesti e alla plastica gialla rovinata che sostituisce la classica verniciatura inferiore. Oltrepasso le due porte dell&#8217;anticamera e mi trovo in strada. L&#8217;aria è fredda, è umida, è opaca, ma dà sollievo. La testa comincia a pulsare e mi chiudo il cappotto per evitare malanni di sorta, infilo il cappello sperando di prevenire il raffreddore. Mi stringo il busto con le braccia e guardo davanti a me: c&#8217;è poca gente in giro, qualche fattorino che corre da un palazzo di uffici all&#8217;altro e qualche poveraccio che deve affrontare uno degli automi e sperare di ottenere quel che gli serve. Non ce ne sono molti, forse hanno capito e tutti gli altri evitano queste questioni burocratiche, pensando che se né si ha già a basta di quelle normali senza andare a cercarne altre. Forse sono semplicemente più furbi di me e hanno provveduto a legare i loro oggetti intrinsechi, forse loro non hanno maltrattato il loro angioletto custode e ora è lì che li aiuta a consultare la loro Bussola e a tenere in ordine la borsa.<br />
Guardo la mia. E&#8217; grossa, informe, con la cerniera rotta e piena di briciole, la fascia a tracolla che non tiene mai la lunghezza giusta, gli oggetti che si perdono nel fondo e non si trovano mai, anche se sono lì. Non ha strappi o cuciture allentate, è ancora robusta nonostante l&#8217;uso negligente che ne faccio. Non riesco a capire come diamine ho fatto a perderla in quel modo. Chissà dove l&#8217;ho lasciata quella Bussola. Ho ancora in mano la denuncia di smarrimento, la guardo e la piego con cura, poi la poso in una delle tasche della borsa, sicura che finché non la leverò non la perderò.<br />
Mi incammino verso i cancelli leggermente offuscati dall&#8217;umidità. Quella non è nebbia da Giganti, è vapore e basta; dà fastidio, ma mi hanno detto che lì è perenne.<br />
Senza una ragione precisa mi viene in mente la scritta tutta in neretto in fondo alla pagina della bussola, chissà cosa diceva. Mi viene il sospetto che in realtà quel manuale sia a uso e consumo unicamente degli impiegati e che non avrebbe dovuto farmelo leggere; però è servito egregiamente come oggetto di scena, detto a voce non sarebbe venuta così bene.<br />
Il Guardiano è chiuso nella sua guardiola e non mi degna nemmeno di uno sguardo mentre oltrepasso i cancelli: il suo locale è tappezzato di monitor, ma la sua attenzione è concentrata su uno solo, che non è in bianco e nero e non manda immagini statiche. Sento voci concitate provenire dal gabbiotto e spero che non sia uno dei talk show televisivi tipicamente umani. Non anche lì per favore!<br />
Fuori c&#8217;è un dragobus tondo, sbuffante, bianco e blu, carico umidità e qualche persona. Salgo e mi accomodo su uno dei sedili in simil pelle marrone in fondo. Non c&#8217;è quasi nessuno e io tento di assicurarmi un viaggio solitario posando la borsa sul sedile accanto al mio; ho le braccia sempre strette a me, in un autoabbraccio consolatorio, mi manca la mia Bussola, non ho la più pallida idea di come farò senza di lei.<br />
Dopo qualche minuto il dragobus parte. Non è salito più nessuno dopo di me, la gente deve aver proprio cominciato a perdere la fiducia, o forse hanno cominciato a seguire i vecchi proverbi come si deve. Asciugo il vetro dall&#8217;umidità e leggo il cartello che saluta allegramente:</p>
<p><em>Grazie per la vostra visita</em><br />
<em> Gli uffici del Grande Manovratore sono sempre a vostra disposizione</em><br />
<em> Efficienza, cortesia e speranza</em><br />
<em> Tornate quando volete</em></p>
<p>Nell&#8217;ufficio oggetti smarriti un&#8217;impiegata sorseggia il suo caffè e legge la pagina con una grossa bussola disegnata sopra, sorridendo quando rilegge le regole che l&#8217;hanno aiutata a liberarsi di quella scocciatrice. Sta per chiudere il tomo quando lo sguardo gli cade sulla scritta in grassetto: curiosa, lo legge non ricordando quella scritta nel precedente manuale.</p>
<p><em><strong>Attenzione</strong>, la Bussola è un oggetto con proprietà caratteriali simili al proprietario, capacità decisionali proprie e collegamento empatico con persona detentrice. Si consiglia massima cautela. Ogni denuncia di smarrimento deve essere prontamente segnalata alla Squadra Speciale Accalappiatori, al Bussonile e al comando di guardia di zona. Pregasi trattare i denuncianti con cortesia.</em></p>
<p>L&#8217;impiegata per poco non si strozzò. Cercò freneticamente il telefono versandosi addosso il caffè e compose il numero sbagliandolo tre volte di seguito, afferrando contemporaneamente da uno scaffale gli orari dei draghibus di quella stagione. Con un moto di sconforto si rese conto che ne era appena partito uno.<br />
Quando finalmente prese la linea, fece un sospiro profondo e filtrò la sua voce con una maschera che si era procurata sulla Terra in un mercatino dell&#8217;usato privo di ricevuta fiscale. Fece un giro di telefonate seguendo il regolamento, poi contattò un suo &#8216;amico&#8217; di stanza al Bussonile e gli mandò il codice a barre delle Bussola corrispondente promettendogli una ricompensa speciale se lo avesse fatto subito e velocemente. Un quarto d&#8217;ora dopo si rilassò: la Bussola della scocciatrice non era ancora stata trovata e probabilmente non l&#8217;avrebbero trovata mai.<br />
Andò nel locale attiguo, si cambiò gli abiti, si fece un altro caffè e tornò alla sua scrivania. Il prossimo problema della giornata era come liberarsi della scomoda promessa appena fatta.</p>
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		<title>Santa Cecilia</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Aug 2011 14:18:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[Non aveva nevicato. L’unica cosa in grado di rendere quel posto meno lugubre era una bella nevicata, ma probabilmente anche la neve pensava fosse uno spreco di tempo arrivare fin lassù. Aveva sempre pensato che la definizione “posto dimenticato da &#8230; <a href="http://www.heresiae.net/wp/2011/08/santa-cecilia/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non aveva nevicato.<br />
L’unica cosa in grado di rendere quel posto meno lugubre era una bella nevicata, ma probabilmente anche la neve pensava fosse uno spreco di tempo arrivare fin lassù. Aveva sempre pensato che la definizione “posto dimenticato da Dio” non fosse abbastanza esatta. Probabilmente Dio non sospettava nemmeno della sua esistenza.<br />
Era in montagna, davanti al ristorante di un albergo che per la zona era sicuramente considerato di lusso. Si sentiva allegra e partecipe, anche se sapeva perfettamente di non essere parte della festa, ma degli spettatori.<br />
Andò dentro all’edificio assieme a tutti gli altri. Erano arrivati in macchina, tre-quattro per vettura, gli strumenti stipati nei bauli e ora tirati fuori. Non era la prima volta che partecipava alla festa, sapeva quindi che avrebbe dovuto suonare ancora. L’ansia l’assalì man mano che si inoltravano verso la sala. Sapeva che se non avesse scelto il posto adatto, avrebbe potuto passare una giornata particolarmente noiosa. Si sforzò quindi di individuare le persone giuste, o per lo meno quelle con qui riusciva a parlare. Le prime volte finiva regolarmente con il gruppo anziani. Simpatici, per carità, ma le risate del tavolo di fronte l’avevano sempre attratta, instillandole curiosità e insofferenza a ogni minuto.<br />
Adocchiò un paio di coetanei e tentando di apparire abbastanza disinvolta li avvicinò. Sapeva che anche loro stavano facendo la stessa cosa: vedere dove si sarebbero seduti gli altri. Per fortuna gli altri arrivarono e il suo essersi messa preventivamente vicino al tavolo giusto fece sì che non rimanesse senza sedia. Non era al centro del clan, ovvio, tanti e compatti com’erano era stata fortunata a essere ai lati.<br />
Si sedette e aspettò che il pranzo iniziasse tra la confusione e gli scambi di posto.<br />
Il rito della festa prevedeva dei discorsi. I discorsi erano fatti dal presidente. La tradizione imponeva che mentre il presidente cominciava, il loro tavolo facesse più plauso possibile interrompendolo tre o quattro volte, costringendolo a riattaccare. Non aveva ancora capito se lo trovava stupido o divertente. Ad ogni modo, essendo nel tavolo promotore della caciara, partecipò entusiasticamente senza sentirsi un’idiota.<br />
Santa Cecilia era la festa della banda. In realtà era la feste di tutte le bande musicali. Era la loro patrona o una cosa del genere. Perciò, il 22 novembre si faceva un concerto e la domenica immediatamente successiva una sfilata per le vie cittadine, la messa e il pranzo. Le prime volte la presenza della messa proprio non la capiva, ma crescendo aveva capito che era un interrogativo stupido. Quando mai una ricorrenza non viene celebrata da una messa da quelle parti?<br />
La festa della loro banda era particolarmente ritualizzata. Non sapeva né quando né perché, ma un giorno alcuni del gruppo ‘giovane’ avevano preso il controllo della festa e l’avevano scandita secondo un programma di giochi e scherzi, tutti imperniati su quotidiane prese in giro tra di loro. In realtà era tutto piuttosto divertente, sebbene ogni tanto un po’ maligno.<br />
Era l’ora degli antipasti, il primo schetch non sarebbe arrivato prima che gli organizzatori non si fossero riempiti la pancia a sufficienza. Partecipò più uditivamente che attivamente alle conversazioni, ma con abbastanza esperienza alle spalle da sapere come intervenire ogni tanto.<br />
Le prime volte non si azzardava nemmeno ad aprire bocca.<br />
Ricordava ancora quando era riuscita a sedersi a quel tavolo glissando il suo maestro di strumento e quindi il tavolo anziani. Tutto era diverso. Si faceva casino per ogni cosa, le conversazioni erano tante e animate e a lei girava la testa a furia di volerle seguire tutte. Piccola e taciturna com’era, era per lo più ignorata, ma sospettava che il suo recente passaggio da adolescente smilza a ragazza un po’ più matura fosse il principale responsabile della metà delle frasi che le venivano rivolte. Non erano tante, ma comunque c’erano. D&#8217;altronde nessuno di loro aveva mai fatto mistero di essere fondamentalmente un maiale. Quando uno di loro era partito per il militare, alla festa il regalo consisteva per lo più i pacchi di preservativi e confezioni formato famiglia di lubrificante (anche la maggior parte delle battute durante quelle feste erano a sfondo sessuale). Il tutto fatto allegramente di fronte alla famiglia di lui.<br />
A Santa Cecilia si potevano portare i parenti: anche i suoi genitori avevano partecipato, ma solo alla prima. Di solito le famiglie non stavano con loro, a meno che non fossero gli anziani o alcuni membri seduti al loro tavolo, chiaramente non del clan. Per questo, nonostante fossero solo trentacinque, la loro sala era sempre piena: tra suonatori, parenti e autorità varie, alla fine i non bandisti risultavano molti più dei componenti della banda stessa, rendendo la festa un vero e proprio evento sociale.<br />
Adocchiò la ragazza entrata l’anno prima, non di molto più piccola di lei e completamente infatuata del clan. Aveva una gran fame di integrazione, e nel tentativo di ingraziarseli il più velocemente possibile se ne andava in giro con maglie molto scollate e atteggiamenti da groupie. Anche adesso la camicia della divisa era molto sbottonata e annodata in vita. Non per niente era al centro del clan. Immaginò che i suoi genitori non ci fossero, l’anno prima era rimasta ben abbottonata.<br />
A metà dei primi, il clan, o meglio il trio intorno cui ruotava il clan, si attivò. Quasi le dispiacque. Per la prima volta era riuscita a intrattenere delle conversazioni che andavano oltre il “Ciao come va?”.<br />
Lo spettacolo partiva con la presentazione e un programma fatto più fare un po’ di battute e permettere agli showmen di fare la loro buona figura. Come da copione lei rise, fischiò e batté le mani nei momenti giusti con tutti gli altri, così che i loro anfitrioni si sedettero soddisfatti a godersi la nuova portata, non prima di aver promesso scherzi piuttosto divertenti.<br />
La festa era chiaramente al suo culmine. Con le pance piene e le bottiglie di vino sostituite già un paio di volte, tutti chiacchieravano allegramente facendo un bel po’ di baccano. Le parve addirittura di scorgere occhiate ammiccanti. Le ignorò intuendo il pericolo di una competitizone tra ragazze e non intendeva metterne una in piedi in quel momento.<br />
Il trio tornò al centro della scena. La seconda parte prevedeva alcuni rituali per l’accettazione di nuovi membri del clan. Senza farsi vedere guardò il ragazzo di fronte. Era entrato in banda solo un anno dopo il suo ingresso, ma nonostante questo i ragazzi entrati con lei erano stati accettati dal clan da un pezzo, lui invece era rimasto alla condizione di ‘rospo’. I rospi erano un po’ gli adepti, quelli da educare, mandare sulla giusta strada e ovviamente strapazzare un po’. Con una fitta di nostalgia le tornò in mente una ragazza che se n’era andata l’anno prima. Era l’unica che tenesse testa al trio e quindi la più bersagliata. Era lei che l’hanno prima aveva bisbigliato a un’amica che era ora di ammetterlo, poi aveva fatto l’annuncio che se ne andava. Pur rimanendoci male, sapeva com’era sempre stata trattata e aveva capito fin troppo bene. Il resto di quella serata il trio lo aveva passato con un bel po’ di espressioni colpevoli sul viso, ma niente l’aveva fatta tornare sulle sue decisioni.<br />
Si distolse dai suoi pensieri e osservò il trio suonarsela e cantarsela chiamando in gioco altri del clan. Osservò il tavolo anziani. Chiamarlo il tavolo anziani non era carino, ma c’era effettivamente un buon distacco generazionale nell’età media dei due tavoli e tutto sommato loro accettavano l’etichetta. Rimandò alla memoria le prime serata in banda, quando a rivolgerle la parola erano solo alcuni di loro, quelli che si erano presi la briga di notare la sua presenza. Sorrise, loro forse le sarebbero mancati.<br />
Le portate continuarono a essere servite mentre venivano inscenate parodie del Costanzo Show e C’è posta per te. Il ragazzo di fronte a lei venne coinvolto e quindi finalmente tolto dalla condizione di rospo. Praticamente era l’ultimo. Aveva sempre avuto la sensazione che fosse un clan esclusivamente maschile e non aveva cambiato idea quando li aveva visti interagire con la compagna più giovane. Veniva notata, è vero, ma non c’era complicità nel modo con cui le rivolgevano la parola o scherzavano con lei. Non che fosse possibile, spesso i suoi atteggiamenti erano talmente espliciti che se non si fossero tirati un po’ indietro, avrebbero rischiato di essere denunciati per stupro di minore.<br />
Il trio concluse tra gli applausi generali e andò a godersi l’ultima portata. In quella pausa li osservò tutti. Costantemente in soggezione, non aveva mai fatto realmente caso a come uno dei ragazzi più giovani pur essendo integrato, partecipasse meno di un altro o di come l’aspetto esteriore del trio cominciasse a stonare coi suoi comportamenti. Non aveva notato nemmeno che alcuni si sforzavano di mantenere espressioni neutre nei loro confronti, mentre qualcuno scostava velocemente lo sguardo e altri li guardavano proprio rassegnati o con rimprovero evidente. Non aveva mai visto in effetti come questi formassero un clan a parte. Per un attimo si rivide a quindici anni, quando si chiedeva perché non era in grado di entrare in contatto con loro e la cosa si ripeteva di anno in anno, quel giorno compreso. Non si sentiva integrata, continuava a essere una spettatrice e la netta impressione era che in ogni caso non sarebbe potuto essere diversamente.<br />
Il presidente si era alzato e aveva annunciato la band. Il loro maestro prese posto davanti al palco con gli strumenti, assieme a un paio del clan e altri due che non conosceva. La bravura del maestro con il sax era leggendaria nella banda e tutti lo accolsero con entusiasmo.<br />
Mentre i pezzi rock e valzer si diffondevano nella sala, si diede il via all’ultimo rituale della festa: la lotteria. Gli anni prima l’aveva scampata, sebbene non sapesse se per pietà o indifferenza. Quell’anno però le rivolsero chiaramente la domanda se avesse venduto i biglietti o meno. Toccava ai più giovani, quindi a tutti quelli che avevano pressappoco la sua età. Prese uno dei blocchetti da una delle ragazze grandi e cominciò a fare il giro dei tavoli. Meno agitata di quel che pensava, vendette quasi tutti i biglietti ai tavoli degli anziani, parenti e ospiti, ma anche il clan ne prese parecchi. Alla fine fece fuori due blocchetti e tornò al suo posto più compiaciuta di sé di quanto volesse mostrare. Il tempo del dolce e le matrici dei biglietti erano state tutte strappate e messe in una boccia, pronte per l’estrazione.<br />
Nelle comunità montane fare le lotterie non era difficile. Bastava girare un po’ per i negozi e chiedere chi volesse donare qualcosa. Considerando quanta roba racimolavano ogni anno non dovevano essere in molti a dire di no. C’erano sempre cesti di frutta o dolci, vini, qualche accessorio elettronico e carabattole domestiche. Qualcuna era di valore, molte non erano niente, ma facevano la loro figura. Durante l’estrazione si continuava a chiacchierare, a fare battute sulla madrina della banda che misteriosamente, come ogni anno, vinceva sempre più di tutti e a uno del consiglio, che pur avendo comprato praticamente mezzo blocchetto, arrivava sempre a un soffio dal premio senza mai vincere nulla.<br />
Non appena l’estrazione fu finita e la band riprese a suonare, riconobbe i segni della fine. La tavolata ormai era un caos. Buchi di sedie vuote da un gruppo e l’altro, conversazioni solitarie, persone che fissavano il vuoto impegnati nella digestione. Calcolò tre quarti d’ora al massimo, poi si sarebbe fatta venire a prendere. Non era abbastanza in confidenza con nessuno di loro per poter sostenere una conversazione sui loro soliti argomenti e non si sentiva a suo agio ad aggiungersi al bar per un giro di bevute.<br />
Mentre li osservava nell’atrio, seduti sui divanetti, fuori a fumare o al bancone a ordinare gli amari, si ricordò di nuovo che con ogni probabilità era l’ultima. Niente più ansia di avere il posto giusto, niente più disagi nell’avere conversazioni, niente lunghi momenti di silenzio ad ascoltare la lotteria mentre il clan si staccava e andava a farsi i fatti propri, niente battute scontate che, per quanto pensate, alla fine erano tutte uguali di anno in anno. L’ultima replica.<br />
Era un miracolo se l’università le aveva lasciato l’opportunità di partecipare a questa.<br />
Al diavolo la mezz’ora, meglio andarsene subito.<br />
Mentre usciva per cercare campo per il cellulare, vide la ragazza buttarsi su uno del trio seduto su una poltrona, in una maniera del tutto sconveniente e decisamente ubriaca. Risero tutti sguaiatamente, lui la tirò su tra l’irato e l’ilare, ma non era sicura che l’imbarazzo che provava fosse solo suo.<br />
Quando rientrò era ora di suonare. L’ultimo atto della festa era suonare un paio di marce nel ristorante, chiamando anche tutto lo staff dei camerieri e i direttori ad assistere. Tirò fuori il clarinetto. Lo montò velocemente controllando che il leggio fosse dalla parte giusta, saggiò l’ancia costatando che era decisamente debole, se ne infischiò a attese il segnale di partenza. Mentre suonava marce che non erano mai cambiate da quando era entrata in banda, rifletté su quanto quella festa fosse uguale e diversa alle altre. Non aveva perso il senso si disagio e nemmeno di non essere integrata, ma aveva interagito, aveva riso di più e si era sforzata di entrare a far parte del meccanismo della festa. Avrebbe potuto migliorare?<br />
Sbirciava i ragazzi, mandava a memoria scene del trio, delle ragazze e delle feste e processioni precedenti. In sei anni che era lì, la sensazione di essere un’estranea non l’aveva mai abbandonata. Tra le barzellette sconce, gli scherzi, le battute che non capiva e i litigi, lei non aveva mai trovato posto. Le marce finirono, scoppiò l’applauso, la festa era finita.<br />
Più tardi era seduta in macchina di fianco a suo padre. La parete di roccia della valle scorreva veloce accanto a lei, mentre la penombra lasciava intravedere le sagome spoglie degli alberi oltre lo strapiombo, dal lato opposto.<br />
Non aveva nevicato e non l’avrebbe fatto per molto tempo. Lo squallore di quel posto sarebbe rimasto palese fino a quando la primavera pietosa non fosse tornata a ricoprire tutto con il suo verde. Ma nemmeno un bel manto sarebbe riuscito a farle dimenticare l’esistenza dello squallore preesistente. Lo avrebbe fatto un treno il giorno dopo, quando se ne sarebbe andata lasciando tutto lì, dimenticandosi che esistevano il disagio, conversazioni in cui non poteva entrare e una neve che non cadeva mai quando doveva.</p>
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		<title>La Festa</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Aug 2011 14:17:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[Frankie si guardò intorno con fare noncurante. Non c’era nessuno. - Allora? – - Via libera. – Johnny tirò fuori un cacciavite e cominciò a togliere le viti che tenevano ferma la targa dell’auto dietro cui era accucciato. - Sicuro &#8230; <a href="http://www.heresiae.net/wp/2011/08/la-festa/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Frankie si guardò intorno con fare noncurante. Non c’era nessuno.<br />
- Allora? –<br />
- Via libera. –<br />
Johnny tirò fuori un cacciavite e cominciò a togliere le viti che tenevano ferma la targa dell’auto dietro cui era accucciato.<br />
- Sicuro che non viene nessuno? –<br />
- Ti  ho detto via libera. –<br />
Johnny svitò l’ultima vite e staccò la targa.<br />
- Prendine una anche dall’altra. –<br />
- Lo so, lo so. Tu fai il tuo lavoro. –<br />
Frankie prese un pacchetto di sigarette dalla giacca e se ne accese una.<br />
- Guarda che il fumo si vede. –<br />
- È notte imbecille. –<br />
- Appunto. -<br />
Johnny finì di staccare la targa dell’altra auto e si alzò, infilando le due targhe sotto la giacca.<br />
- Fatto. –<br />
- Squagliamocela. –<br />
Diedero un’ultima occhiata in giro. Erano vestiti in maniera anonima, o almeno nella loro idea di anonimo. Giubbotto sportivo nero, jeans neri, polo nera e occhiali da sole. Niente di strano, ma era notte, era agosto e c’erano ventotto gradi. Tuttavia Johnny e Frankie mantenevano abbastanza sangue freddo da riuscire ad autocondizionarsi, o per lo meno a salvare le apparenze. Nonostante i visi e le mani perfettamente asciutti infatti, tra la polo e la giacca avrebbero potuto cuocere un uovo bollito.<br />
- Nessuno. –<br />
- Tu a destra, io a sinistra. Ci vediamo alla macchina. –<br />
Frankie e Johnny si separarono senza dire altro, prendendo direzioni diverse per uscire dal parcheggio.<br />
Erano già le dieci di sera ed erano in perfetto orario. Frankie e Johnny non erano mai in ritardo. Non perdevano mai tempo, nemmeno per discutere. Quando preparavano le tabelle di marcia programmavano anche i litigi. Il loro non era un lavoro in cui si potevano permettere di perdere tempo. Era la regola. A non rispettarla il tempo lo si poteva perdere del tutto o guadagnarne una fornitura infinita, come asseriva Johnny. Ma quell’opinione era valida solo per chi credeva nell’inferno.<br />
Frankie e Johnny erano dei killer.<br />
Quella era la loro occupazione ufficiale, ma si sa, non è che si può campare solo con il mestiere di killer, bisogna arrotondare. Negli anni si erano fatti un vasto curriculum di pestaggi, rapimenti, pedinamenti, intimidazioni e consegne. Più raramente anche come consulenti nel campo della protezione personale.<br />
Purtroppo però erano settimane che non ricevano ingaggi, e Frankie e Johnny stavano davvero pensando che era ora di cambiare lavoro. La crisi del settore aveva già rovinato più di un collega e in fondo c’era pur sempre il contrabbando.<br />
Per questo al primo ingaggio che gli si era parato davanti avevano fatto ancora meno domande del solito, volevano lavorare e basta. Come ai vecchi tempi. Un nome, un indirizzo e via senza troppi problemi. Non come negli ultimi anni, quando per uccidere qualcuno dovevi sapere l’indirizzo di casa, dell’ufficio, dell’amante, della moglie, della massaggiatrice e del dentista. Le specifiche dell’antifurto, dell’antincendio e delle telecamere di sicurezza. La piantina di tutti i quartieri di tutti gli indirizzi reperibili, le frequenze della polizia, i turni delle pattuglie… Frankie e Johnny erano sopravvissuti dedicando anima e corpo al lavoro. La vita privata era morta da tempo, ma nessuno era famoso e richiesto quanto loro in città. Almeno fino a qualche mese prima.<br />
Frankie arrivò alla macchina che Johnny era già dentro.<br />
- Sei in ritardo. –<br />
- Io non sono mai in ritardo. –<br />
- Oggi sì. Hai fatto il vago venti secondi di troppo. Stai invecchiando. –<br />
- Cazzate. –<br />
- Ti ho visto guardare due volte la stessa vetrina. –<br />
- Metti in moto. –<br />
- Sei vecchio Frankie. –<br />
- Lo so Johnny. –<br />
Johnny accese l’auto,  mise la freccia e si infilò nel traffico senza più parlare.</p>
<p>Annie stava impazzendo.<br />
- Josh!! Dove sono le mie scarpe?! –<br />
- Dove le hai lasciate quando te le sei tolte. –<br />
- Vaffanculo Josh. –<br />
- Magari. –<br />
Annie si ficcò sotto il letto scoprendo quattro gatti di polvere, un chewingum masticato e una biglia di plastica, ma nessuna scarpa. Andò in salotto dove Josh stava guardano X-Factor e scuoteva la testa rassegnato.<br />
- Ma perché Andrew si ostina a cantare. È così bello… è sprecato lì in mezzo. –<br />
- Potresti aiutarmi invece di sbavare? –<br />
- Assolutamente no. Devi imparare a essere più ordinata. E poi se facciamo tardi posso dare la colpa a te. –<br />
- Ti odio. –<br />
- Non è vero. –<br />
- E invece sì. –<br />
- Non dici così quando ti passo le prede inutilizzabili. –<br />
Annie aggirò il divano e andò in cucina. Le scarpe erano dietro il frigo.<br />
- Come cazzo ci sono finite qui?! –<br />
- Quando hai preso il succo di frutta. –<br />
- Me lo potevi anche dire, stronzo! –<br />
- C’era Andrew in tivù, non potevo distrarmi. –<br />
Annie scimmiottò Josh e si infilò velocemente le scarpe.<br />
- Sono pronta andiamo. –<br />
Josh si alzò con un balzo dal divano stiracchiandosi.<br />
- Spero che Madeline abbia invitato anche quel fusto del suo vicino. –<br />
- Smettila. Ci sta provando lei. –<br />
- Non è detto che lui sia interessato. –<br />
Uscirono da casa e scesero le scale. Annie tornò su subito a prendere la borsa. Uscendo inciampò nel tappetino e si ruppe un tacco. Dovette quindi tornare dentro a cercarne un altro paio. Quando salirono sul taxi, erano passati venti minuti.<br />
- Merda. Madeline ci ucciderà. –<br />
- Ti ucciderà. Comunque conoscendoti sarà uscita da casa in ritardo. –<br />
- O ne avrà approfittato per stare di più con il vicino. –<br />
Josh fece una smorfia mentre il tassista sfrecciava nel traffico tagliando la strada a due macchine e un autobus.<br />
- Pensi che verrà Mark? –<br />
- Lo spero. Potrebbe essere l’occasione giusta per scoprire la sua vera vocazione. –<br />
- Mark è etero. –<br />
- Questa è una cosa tutta da scoprire mia cara. –<br />
Annie gli tirò un pugno sull’inguine. Josh urlò.<br />
- Ma sei pazza?! Questo mi serve stasera! –<br />
Josh ed Annie si erano conosciuti il primo anno di college. Lei entrava nell’aula di letteratura e lui ne usciva. Si erano scontrati ed era stato odio a prima vista. Il primo litigio non si scorda mai. A quello erano seguite una lunga serie di discussioni più o meno violente che si moltiplicarono con la loro convivenza dopo la laurea. Il patto che li univa era quello standard condiviso da tutte le coppie gay/etero nella combinazione uomo/donna conviventi, vigente dal giorno in cui Will e Grace era andato in onda: se lui rimorchiava un etero, lo passava a lei; se era lei a rimorchiare un gay, il contrario. Naturalmente la regola includeva il costante tentativo di uno dei due di ‘convertire’ la nuova conquista dell’altro, cosa che finora era riuscita solo a Josh. I litigi che ne nascevano erano talmente sublimi che a ogni urlo guadagnavano nuovo amici, motivo ovviamente per il quale venivano invitati.<br />
Ormai una festa non era considerata tale senza la presenza di Josh e Annie, cosa che gli fece capire di avere un talento e i talenti di solito vanno sfruttati. In poco tempo si misero in affari: loro assicuravano battute sferzanti e originali, l’ingaggiatore moneta sonante e champagne. Fino a quel momento non avevano mai deluso un committente, erano dei veri professionisti. L’ultima volta avevano studiato le battute per una settimana prima del party della stilista emergente Janet Monroe, ed erano riusciti a finire su Vogue.<br />
Quella cui stavano andando però era di amici, quindi avrebbero lavorato gratis: solo battute di repertorio.<br />
- Questa sera vedi di non improvvisare. Non voglio bruciare una buona discussione solo perché la tua memoria non regge da ubriaca. –<br />
- Tu invece cerca di risparmiare la voce da checca. L’ultima volta sembrava sciupata. –<br />
Arrivarono da Madeline che era seduta sui gradini del palazzo, avvinghiata al suo compagno per la serata.<br />
- Oh che peccato. Bersaglio mancato! -<br />
- Tutto da vedere tesoro. –<br />
Madeline si staccò malvolentieri dal ragazzo e li guardò con un finto broncio.<br />
- Siete in ritardo. –<br />
- Colpa sua. –<br />
- Stronzo. –<br />
- La predica la faccio dopo. Ora andiamo, Bill ci aspetta con la macchina. –<br />
- Ma non potevamo vederci direttamente là? –<br />
- No! Dobbiamo andare a prendere la torta, ma il vecchio vuole farcela pagare di più, quindi voi dovete fare il solito show. –<br />
Uno degli altri motivi per cui Josh ed Annie erano ricercati, era il modo con cui esasperavano i commercianti riuscendo a farsi dare qualsiasi cosa. Lo avevano scoperto per caso un giorno in cui erano andati in un fast food a prendere un hot dog e Josh aveva ordinato quello sbagliato per Annie. Si erano rifiutati di cambiarlo e lei aveva cominciato a litigare con Josh in una foga tale, da bloccare completamente le consumazioni. Avevano radunato anche una discreta folla che intasava il locale, il direttore stesso li aveva raggiunti, senza risolvere niente. Alla fine avevano dato ad Annie l’hot dog che voleva senza farle pagare un cent in più. Da allora l’avevano messo in pratica per qualsiasi cosa, dal farsi cambiare abito senza scontrino, all’accedere alle aree a pagamento di alcuni musei.<br />
Era sempre riuscito.<br />
- Chi è sto tizio? Cinese? Russo? Ebreo? –<br />
- No, italiano. –<br />
- Ahia. –<br />
- Qui dovremo metterla sulla compassione. –<br />
- Basterà buttarla sul familiare, vedrai che cede. –<br />
Madeline fece un saltello felice e abbracciò Annie, ignorando così l’occhiolino che Josh fece al suo amico. Annie sogghignò, ma purtroppo il ragazzo gli rispose con un sorriso. Mentalmente e controvoglia, aggiunse una tacca al tabellone dei punti sotto la colonna di Josh.<br />
Frankie e Johnny erano pronti.<br />
Avevano cambiato le targhe, pulito i fari, controllato i freni e cambiato abiti. Ora indossavano un sobrio completo formato da pantaloni, giacca, camicia e cravatta nera. Gli occhiali da sole erano gli stessi.<br />
Poi si erano occupati delle armi.<br />
Frankie avrebbe preso il Thompson, compagno fidato di tante avventure, Johnny il fucile a canne mozze. Non gli avevano detto il numero esatto delle persone che sarebbero state presenti, ma avevano abbastanza potenza di fuoco per eliminare almeno una ventina di bersagli.<br />
Naturalmente avrebbero portato anche le armi di ordinanza: nove millimetri alla fondina, calibro 24 alla caviglia, serramanico alla cintura, tirapugni in tasca, spray anti aggressione. Non si sa mai con chi si può avere a che fare.<br />
Un collega aveva riso di loro una volta sapendo che andavano in giro con lo spray antistupro, ma dopo che gli avevano mostrato l’efficacia di entrambe le bombolette, una per ogni occhio, si era ricreduto. Purtroppo aveva dovuto abbandonare la carriera di cecchino.<br />
- Check. –<br />
Frankie e Johnny si controllarono a vicenda.<br />
- Tutte le armi presenti, nessuna visibile. –<br />
- Idem. –<br />
- Benzina? –<br />
- Fatta. –<br />
- Indirizzo? –<br />
- Preso. –<br />
- Conferma mandante? –<br />
- Mancante. –<br />
Frankie guardò Johnny, che a sua volta guardò Frankie.<br />
Di solito, non operavano senza conferma. Capitava spesso che un tizio venisse a patti con il mandante o che il bersaglio fosse sbagliato. Non aveva senso sprecare tempo e munizioni contro bersagli inutili, quindi chiedevano sempre una conferma a voce prima di mettersi in moto. La crisi del settore però li aveva spinti ad accettare al volo l’incarico senza chiedere nessun recapito o dettaglio che non fossero nome e indirizzo.<br />
Era andata così.<br />
Erano dentro un pub a rinfrescarsi con un’orzata fresca e a leggere il giornale per controllare gli annunci di lavoro in codice, constatando la stessa cosa dei giorni precedenti: nessun annuncio in codice. Avevano appena ordinato una seconda pinta di orzata quando un tizio, presumibilmente lo scagnozzo di qualcuno, si era avvicinato usando la frase: “Ehi, come butta amico?”<br />
Frankie aveva guardato Johnny che aveva guardato Frankie che aveva dato la risposta: “Butta bene. E a te?”, stabilito il contatto erano andati avanti.<br />
“Avete sentito di Menny? Siete disponibili?”<br />
“Dipende, per cosa?”<br />
“Un suo amico Jack, torna dall’Europa e dice che bisogna fargli una festa, ma senza troppo rumore. Non vogliono trovarsi tra i piedi persone indesiderate.”<br />
“Capiamo perfettamente il problema.”<br />
“Quindi stiamo spargendo la voce solo tra di noi, evitando i ficcanaso. Voi ci state?”<br />
Frankie e Johnny si erano guardati.<br />
“Dì pure a Menny che ci stiamo.”<br />
“Grande! Questo è l’indirizzo, venite verso le undici e mezza, prima non trovate nessuno. Mi raccomando, discreti. Stiamo cercando di tenere la cosa per noi.”<br />
“Certamente.”<br />
Il tizio aveva fatto per raggiungere i suoi amici al tavolo più indietro, ma Johnny lo aveva fermato.<br />
“Come facciamo per la conferma?”<br />
“La conferma?”<br />
Anche Frankie lo guardava.<br />
“Sì, la conferma.”<br />
Il ragazzo li aveva fissati  per un attimo, come a riflettere.<br />
“La conferma! Giusto! Non vi preoccupate, è già tutto confermato.”<br />
Frankie e Johnny quindi avevano ottenuto un ingaggio. Avevano solo un nome e un indirizzo e nessun recapito, ma non erano preoccupati, era alla ‘vecchia maniera’. Loro facevano il lavoro, aspettavano che la notizia si fosse sparsa per la città, tornavano al luogo di ingaggio e riscuotevano.<br />
- Sicuro di essere ancora capace? –<br />
- Taci e guida Johnny. –<br />
I due presero le armi e le caricarono in macchina. Erano le undici, in perfetto orario.<br />
Johnny regolò l’orologio del cruscotto con il suo.<br />
- Sicuro di sapere la strada? –<br />
- Non sono io il matusa Frankie. –<br />
Frankie e Johnny sgommarono verso la loro meta.</p>
<p>Annie e Josh stavano dando il meglio di sé. La piccola pasticceria che avevano trovato vuota quando erano arrivati, era ora affollata da una decina di persone e l’orario di chiusura era appena passato. Il proprietario li guardava con gli occhi stralunati, indeciso se prendere il mattarello e sbatterli fuori o ignorarli e servire il resto dei clienti mentre loro sbollivano. Purtroppo era stato poco accorto e i due ora stavano tenendo in mano la torta tra loro due, e  minacciava di cadere sotto la foga dei loro gesti da un momento all’altro. Era una torta molto grande, per almeno una trentina di persone golose, che aveva richiesto parecchio tempo e risorse, e ondeggiava pericolosamente a ogni gesto di enfasi.<br />
Annie e Josh erano passati dagli insulti triviali, a quelli familiari, a rinfacciarsi le mancanze coniugali. Stavano attaccando con il repertorio dei figli quando l’uomo li fermò.<br />
- Basta. Basta!! Ok ho capito. Prendetela al prezzo che avevamo concordato e andatevene! Così chiudo. –<br />
Annie e Josh lo guardarono, poi si guardarono tra loro.<br />
- Ce la facciamo vero a comprare il set di arte per Joy Jr.? Non è che devo dire alla sua insegnante che dovrà aspettare il prossimo mese perché tu non sai fare i conti? –<br />
- Se la mia gestione patrimoniale non ti soddisfa, puoi sempre farli tu. –<br />
- Io ho ne già abbastanza da fare badando a te e ai tuoi figli, tu potresti occuparti almeno di questo cercando di farne una giusta per una volta. –<br />
- Basta! Basta!! BASTA!! Vi faccio lo sconto di dieci dollari. O così o lasciate la torta. –<br />
Frankie e Johnny lo guardarono.<br />
- Ok! Quindici e levatevi dai piedi. Per la miseria! –<br />
I due uscirono dal negozio acclamati come eroi.<br />
- Siete grandi! Non capirò mai come ci riuscite! Io e Bill ci abbiamo provato una volta ma hanno chiamato la sicurezza. –<br />
- Talento cara, solo talento. –<br />
Raggiunsero la vecchia utilitaria di Bill mettendo la torta nel bagagliaio.<br />
- Sicuro che non si rovina? –<br />
- Non ho altra scelta, sul sedile posteriore ci state a malapena voi. –<br />
Annie e Josh salirono in macchina, seguiti dall’amico di Madeline. I due non erano massicci, ma occupavano abbastanza spazio da schiacciarla contro il finestrino.<br />
- Perché non fai sedere Madeline con noi? Occupa meno spazio. –<br />
- Perché le signore vanno fatte sedere davanti. –<br />
- E io allora? –<br />
- Ho detto le signore tesoro, non le scimmie. –<br />
- Questa era banale. –<br />
- Troppo facile, non potevo sprecarmi. –<br />
- Pigro. -<br />
Bill mise in moto e partì lasciando che i due finissero di complimentarsi per la performance.</p>
<p>- Johnny? –<br />
- Si? –<br />
- Ci siamo persi. –<br />
- Lo so Frankie. –<br />
L’indirizzo che avevano segnato corrispondeva a una vecchia stazione dei pompieri chiaramente abbandonata. Anche senza indagare si capiva che era deserta.<br />
Erano arrivati senza problemi. Non avevano incontrato pattuglie della polizia e la era strada deserta. Da manuale, avevano fatto prima un giro dell’isolato come sopralluogo, ma appena oltrepassato il numero civico dell’obiettivo Johnny aveva inchiodato ed era tornato indietro. La sorpresa era tale che Frankie non lo aveva nemmeno ripreso.<br />
- Frankie? –<br />
- Sì? –<br />
- Che facciamo adesso? –<br />
- Non lo so Johnny. –<br />
I due erano in piedi accanto alla macchina a fissare la vecchia palazzina. Era talmente mal ridotta che perfino i barboni preferivano dormire all’aperto.<br />
- Forse potremo chiedere a qualcuno. –<br />
- Sei diventato scemo Johnny? –<br />
Una delle regole fondamentali nel loro lavoro, era che non bisognava farsi notare. Mai. Chiedere a un passante indicazioni su un luogo presso il quale si sarebbe presto tenuto un delitto, era effettivamente più che farsi notare, era costituirsi.<br />
- Potremo travestirci. –<br />
- Anche a me piacerebbe fare il rapper, ma sono bianco. –<br />
I due continuarono a guardare il palazzo come se potesse fornirgli una risposta. Ovviamente non l’aveva.<br />
- Ecchecazzo! –<br />
I due si guardarono, poi si voltarono.<br />
La voce che aveva lanciato quello strillo fissava il palazzo dietro le loro spalle sporgendosi dal finestrino del passeggero di una vecchia utilitaria ridotta allo stesso stato della palazzina.<br />
- Bill! Qui non c’è nessuna cazzo di festa! –<br />
Quattro paia d’occhi si sporsero da tutte le parti della macchina.<br />
- Eppure James ha detto proprio qui. Littleville Road, 141. Ecco, ce l’ho scritto. –<br />
Frankie e Johnny si guardarono. Il tizio non era stato poi così discreto.<br />
- Ma James è tutto scemo e voi più di lui. Jack sta al 141 di Bigville Road, dall’altra parte del quartiere. –<br />
- Sicura? –<br />
- Ma certo che sono sicura idiota. Metti in moto questa carretta, se sto qui dietro cinque minuti di più ne esco sciancata. –<br />
- Il tuo profilo ne guadagnerà senz’altro. –<br />
Non seppero mai cosa gli venne risposto poiché macchina e occupanti sgommarono via senza degnarli di uno sguardo.<br />
Frankie e Johnny li osservarono sparire, poi si tolsero gli occhiali.<br />
- Te l’avevo detto che eravamo in ritardo Frankie. –<br />
- Lo so Johnny. –</p>
<p>La festa era riuscitissima.<br />
Jack era stato attaccato al barilotto di birra e fatto bere fino a quando non aveva dovuto allargarsi i pantaloni per riuscire a starci dentro. La torta era arrivata ammaccata, ma nessuno ci aveva fatto caso mentre tentava di accaparrarsene un pezzo.<br />
La storia di come Annie e Josh erano riusciti ad averla per due terzi del prezzo era leggenda. I due per altro avevano abbandonato l’idea iniziale di non sbilanciarsi e si erano allegramente ubriacati, dando fondo al loro talento di improvvisatori. Voci non confermate li avevano dati per dispersi in una delle camere dell’appartamento. Insieme. Nessuno se ne era preoccupato: come ogni miglior copione includente un gay e un’isterica i due non avrebbero più ricordato niente della serata se non uno strano sogno erotico, in cui i rispettivi partner sembravano più femminili del solito. Il bollettino del gossip però s’infervorò improvvisamente quando dalla camera uscì con loro il vicino di casa di Madeline.<br />
La fuga fu d’obbligo.<br />
Jack ricorderà per sempre quella serata in cui casa sua venne distrutta e lui quasi ucciso. Ma tutt’ora giura che fu la festa migliore a cui aveva partecipato.<br />
Fortunatamente non ne fecero più.</p>
<p>Frankie e Johnny erano stanchi.<br />
Dopo che i ragazzi erano passati avevano raggiunto l’indirizzo che avevano urlato dal finestrino.<br />
Effettivamente lì di gente ce n’era. Perfino troppa.<br />
- Decisamente troppa. –<br />
- Lo so Johnny. –<br />
Erano scesi dalla macchina senza prendere le armi dal bagagliaio. Avrebbero fatto una cosa più pulita, senza dare troppo nell’occhio. Alle nove millimetri c’era già il silenziatore.<br />
- Ricordati: inosservati. –<br />
- Lo so Frankie. –<br />
Erano entrati nel palazzo.<br />
La festa si era espansa per tutto il condominio e alcuni condomini, rinunciando all’idea di dormire, ballavano e bevevano in pigiama.<br />
L’ultimo piano era una baraonda incredibile: una marea di ragazzi e ragazze ballava, beveva, pomiciava, correva e urlava, seguendo un flusso di corrente del tutto casuale. Alla faccia del non volere indesiderati tra i piedi.<br />
Individuarono subito Jack: era il ragazzo in piedi su un tavolo, con un tubo in bocca e la maglietta con su scritto Jack.<br />
Cercarono di avvicinarsi e a metà strada incapparono nel tizio.<br />
- Ragazzi! Ce l’avete fatta a venire!! Avete un look da sballo! –<br />
Fece i pollici in su, diede a entrambi una pacca sulla spalla e scomparve inseguendo una bionda ubriaca quanto lui.<br />
Frankie e Johnny si guardarono, poi guardarono Jack.<br />
Gli avevano tolto il tubo e messo in mano una bottiglia di whisky, incitandolo a berla tutta d’un fiato.<br />
- Non mi piace Johnny. –<br />
- Neanche a me Frankie. –<br />
Alcuni ragazzi sotto Jack stavano rollando uno spinello. Mentre uno di loro accorreva con l’accendino acceso, scivolò su una chiazza di birra e andò a sbattere contro il tavolo già traballante su cui stava Jack.<br />
Improvvisamente, tutto andò al rallentatore.<br />
Jack perse l’equilibrio e cadde addosso alla ragazza che stava tagliando la torta, lasciando andare la bottiglia. A sua volta, anche il coltello della ragazza finì in aria. La bottiglia di whisky andò a frantumarsi sul pavimento spandendo il liquore tutto intorno; nel mentre l’accendino dalla mano del ragazzo scivolava verso il pavimento. Il coltello volteggiava in aria, percorrendo una perfetta parabola in ascesa, per poi ricadere proprio sopra Jack, disteso sopra la ragazza. E mentre stava pensando che forse morire in quel modo era un po’ stupido, una mano afferrò il coltello e la velocità tornò normale.<br />
- Tutto a posto ragazzo? –<br />
Frankie teneva il coltello per il manico e tendeva a Jack l’altra mano. Johnny era invece accorso verso l’accendino e si stava già cercando una sigaretta.<br />
- Amico, credo che dovresti almeno invitarla a ballare prima di stargli così sopra. –<br />
Jack si riscosse un attimo e poi accettò la mano di Frankie.<br />
- Grazie. –<br />
- Nessun problema. –<br />
I due afferrarono una delle bottiglie sparse lì in giro e uscirono, salendo sul tetto del palazzo.<br />
Era estate e c’erano ventotto gradi. Johnny si tolse gli occhiali da sole e si asciugò il sudore dalla fronte. Davanti a lui, palazzi più o meno addormentati e la cappa afosa della città. Sotto di lui, il peggior festino alcolico cui aveva mai assistito. Con un sospiro si voltò verso Frankie.<br />
- Sei vecchio Frankie. –<br />
Frankie bevve un sorso dalla bottiglia e la passò a Johnny.<br />
- Anche tu Johnny. –</p>
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		<title>Quando il gioco si fa duro</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Jun 2011 20:39:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Affacciata alla finestra che dava sul rio, sorseggiava latte e cacao dalla tazza gialla a boccale. Si era svegliata con molta energia addosso e doveva trovare il modo di dissiparla subito. Dall’armadio aveva preso il suo abbigliamento d’ordinanza: camicia da &#8230; <a href="http://www.heresiae.net/wp/2011/06/quando-il-gioco-si-fa-duro/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Affacciata alla finestra che dava sul rio, sorseggiava latte e cacao dalla tazza gialla a boccale. Si era svegliata con molta energia addosso e doveva trovare il modo di dissiparla subito. Dall’armadio aveva preso il suo abbigliamento d’ordinanza: camicia da uomo di lino di due tagli più grandi, jeans stretti, impermeabile. Si assicurò che la camicia e l’impermeabile fossero stropicciati e fuori posto come da manuale. Il tocco finale lo avrebbe dato la matita arrotolata intorno ai capelli non pettinati. Quel giorno doveva assolutamente trovare uno scoop.<br />
Lei era una giornalista, ma non una giornalista come le tante. Era di quelle che, in un modo o nell’altro, si ficcavano sempre nei guai, più erano fatali e meglio era. Di solito venivano salvate dal detective belloccio di turno adescabile su una scena del crimine, su cui lei avrebbe dovuto rompergli le classiche uova nel paniere. Il crimine si sarebbe poi risolto grazie alla sua incoscienza e al tempestivo intervento del detective, che si prendeva tutto il merito. Ovviamente, i due dovevano finire a letto poco prima del gran finale, con sottofondo di violini.<br />
Ecco, quella era la parte che le interessava particolarmente scoprire… e quella che non aveva mai raggiunto.<br />
Nella realtà trovava quello che poteva essere uno scoop, lo seguiva fedelmente e al momento di inciampare nel bell’investigatore di turno si trovava davanti un carabiniere che le faceva gentilmente cenno di andare a farsi un giro.<br />
Bella fregatura l’Italia.<br />
Ad ogni modo, quel giorno aveva energie da spendere, quindi ci avrebbe riprovato. Si accoccolò sul davanzale della finestra con la sua tazza e aspettò che lo scoop passasse di lì.<br />
Santa Marta a Dorsoduro era il suo quartiere e sapeva tutto di tutti: aveva solo l’imbarazzo della scelta per uno scoop.<br />
Ecco passare il tipico gruppetto di architetti in erba, ciarliero e tirato a lucido: polo e camicia per i ragazzi, golfini pastello per le ragazze. Il regolamento universitario prevedeva la possibilità di scegliere quale capo di abbigliamento portare in nero. Classificati come fondamentalmente noiosi.<br />
Architetti.<br />
Architetti.<br />
Architetto.<br />
Altri architetti.<br />
Ecco gli artisti.<br />
Si riconoscevano subito: assonnati, a volte barcollanti, sguardo perso per motivi vari e per niente omologati stilisticamente. Loro sì che erano interessanti. Sapeva perfettamente che la loro facoltà era solo la facciata di una setta segreta dedita all’organizzazione di una rivoluzione mondiale, secondo canoni e ideologie tratte dai futuristi e i nuovi dadaisti, fino a incrociare per linea diretta la Hollywood degli anni Ottanta e le visioni sulla fine del mondo di Spielberg e dei fratelli Whatchowsky. La linea ideologica principale era contrastata da una neo corrente sotterranea, nel senso locativo del termine, partita dalle leve del triennio che veneravano Wharol e Toriyama e prevedevano futuri più alla anime giapponese.<br />
Questo in linea generale.<br />
Non esisteva un manifesto ufficiale del movimento, avrebbero dovuto mettere d’accordo troppe persone per riuscirci e le lotte interne erano faticose e deleterie, così avevano stabilito un compromesso: la Setta Principale e la Corrente Sotterranea avrebbero vissuto separatamente e in pace, con l’obbligo di condividere i festini alcolici.<br />
Stava adocchiando due professori d’arte dediti a discutere di rituali alla ‘Codice da Vinci’, quanto la signora Mannetti entrò nel suo campo visivo. Uno scoop decisamente migliore.<br />
La signora Manetti era un’arzilla e quieta vecchietta che passava il tempo chiedendo a tradimento a giovani e spensierati passanti di aiutarla a portare la sporta della spesa. Inspiegabilmente, questo accadeva tipo tre volte al giorno. E lei sapeva perché.<br />
Dieci anni prima la signora aveva amabilmente ucciso suo marito.<br />
Stufa del suo continuo lamentarsi per la minestra insipida e della sua ossessione per i telegiornali – che guardava a ogni ora – una sera aveva semplicemente afferrato la mannaia e tranciato il braccio con cui lui teneva il telecomando. Il poveretto si era agitato parecchio, non si sa se per la perdita improvvisa di un arto o per il rapido dissanguamento del suo corpo. La vecchia signora non aveva gradito l’insozzamento del suo salotto così, con un po’ di colpi ben assestai, gli aveva anche staccato la testa. Ma la signora Mannetti non era solo una carnefice senza scrupoli, era anche una pratica donna di casa. Ritenendo che gettare il corpo del marito nel canale sarebbe stato solo uno spreco di carne, lo aveva sezionato per bene e messo nel congelatore, vivendo di bistecche e trippa per mesi. Quando la riserva finì, altrettanto razionalmente stabilì che non valeva la pena sprecare la pensione al supermercato quando c’era così tanta disponibilità gratuita. Certo il comune si doveva essere stupito quando le statistiche avevano evidenziato un crollo nella presenza di barboni ed extracomunitari in città, ma evidentemente non lo aveva considerato un problema.<br />
Osservò l’amabile vecchina accalappiare un artista ritardatario e pensò con rabbia che ancora non aveva le prove: la vecchia era troppo furba. Ma era solo questione di tempo madama. Solo questione di tempo.<br />
Gli studenti sparirono, il rio e le calli si svuotarono, Santa Marta tornò alla sua quiete attendendo l’ora delle lezione di metà mattina e del pranzo.<br />
Capita l’antifona decise di uscire.<br />
Controllò l’ora e stabilì che aveva accumulato abbastanza ritardo.<br />
Controllò il suo aspetto allo specchio: la camicia era troppo abbottonata. I bottoni delle camicie avevano degli strani poteri, a seconda di quanti se ne allacciava si poteva passare per: santarelline, maschiacci, sensuali, sfacciate. Uno in meno, il bottone dei maschiacci, per la sensualità era troppo presto. Infine gli occhiali da sole, l’ultimo elemento necessario a mistero e anonimato. Per inciso, non sapeva se era davvero un femmina attraente e misteriosa, ma l’importante era crederci.<br />
Controllò di avere la pistola carica e funzionante nella borsa ed uscì. Da quando l’avevano aggredita tempo prima a causa di un articolo sui trascorsi del sindaco come pescatore di frodo di vongole, non usciva più senza.<br />
Mentre si trovava sul pianerottolo ricevette una chiamata. Capo dannato, sapeva sempre quali erano i momenti meno opportuni per chiamare. Lo ignorò sapendo che se non avrebbe portato uno scoop per il pomeriggio avrebbe dovuto inventarsi una scusa terribilmente credibile. Mentre usciva rimandò a memoria il dossier dei suoi condomini per esercizio.<br />
Terzo piano, appartamento di fronte al suo, famiglia Grillo, nessun legame accertato con quello famoso. Padre e figlio nascondono l’attività di gestione della borsa del mercato nero dietro lo studio da commercialista.<br />
Secondo piano, appartamento Quattro, le sorelle Ciacole. Età dichiarata: settanta. Età dimostrata: non è carino dirlo. Età reale: sconosciuta. Madrine della sacra scuola del pettegolezzo, il loro fiuto per gli scandali era leggendario, così come la loro bravura a bridge. Erano le sue principali fonti di informazione ovviamente, nonché di numerose torte ipocaloriche al cioccolato.<br />
Appartamento Tre, il signor Briscola. Ci provava da anni con entrambe le dirimpettaie e ne aveva rimediato solo una cultura enciclopedica sull’uncinetto e molti debiti, dato che a carte giocava peggio che in amore.<br />
Primo piano, appartamento Due, il signor Giacomo Danieli, per gli amici “Jack”. L’assembramento di vuoti a perdere fuori dalla sua porta era continua fonte di discussioni alle riunioni condominiali, nonché di diverse risse. Questo finché Jack non cominciò a distribuire parte della sua riserva di alcol tra i presenti, mettendo a tacere tutte le proteste, i successivi ordini del giorno e il comune senso del pudore. La cultura che aveva acquisito in fatto di anatomia e intimo di portatori sani di mezza età, era andata ben aldilà della sua curiosità. Jack era anche il suo medico di emergenza per quando si metteva nei guai, ammesso che nel momento del bisogno l’avesse trovato abbastanza sobrio da aiutarla.<br />
Appartamento due, sfitto.<br />
Appartamento Uno, gatti e affini. Qualsiasi essere a quattro zampe munito di pelo, baffi, coda e apparato miagolante presente a Venezia era sicuramente passato di lì. La signora Fusette era follemente innamorata dei felini tanto quanto detestava gli uomini. Sempre che questi non facessero parte del circolo parrocchiano di Santa Marta, vestissero di nero e portassero una croce al collo. Se poi celebravano anche messa allora diventavano il suo uomo ideale. Era fonte di maledizione per tutti gli inquilini del palazzo, che non si sognavano nemmeno di disturbarla per quisquilie come l’impossibilità di riuscire a scendere le scale senza inciampare in una ciotola, semplicemente alle riunioni tiravano a sorte su chi glie le avrebbe fatte sparire quella settimana.<br />
Pian terreno, Paolo Pantano, semplicemente detto “P”. P abitava in un piccolo monolocale cui ogni superficie era convertita in laboratorio. Gli unici spazi di cui disponeva per vivere erano un letto nascosto in un armadio a muro di fabbricazione illecita e due fornelli. Tutto il resto era ingombro da una quantità immensa di componenti elettrici e meccanici. Era il principale fornitore di tutta l’assistenza tecnica di cui palazzo e inquilini avessero bisogno, nonché delle sue attrezzature, compreso il cannone che aveva in borsa.<br />
Uscì sul rio. Gli addetti Amiù si erano decisi a fare una sortita e stavano caricando rumorosamente il contenuto dei loro carrelli raccolto dai portoni delle case, spandendone anche l’odore ovunque nel raggio di trenta metri.<br />
Ok, portamento standard: schiena diritta, petto in fuori nella speranza che si noti, andatura decisa, velocità media. Direzione: i magazzini della dogana.<br />
Si voltò verso sinistra e partì.<br />
Oltrepassò con noncuranza il barcone intento a nascondere il passaggio di bottiglie di coca cola di contrabbando dall&#8217;imbarcazione ai seminterrati del kebabbaro di fronte, a cui aveva promesso di chiudere un occhio in cambio di uno sconto a vita, e si avviò con passo deciso verso la caserma dei carabinieri. Un’ulteriore occhiata all’orologio, confermò che non era necessario allungare il tragitto, quindi andò dritta. Aggirò la caserma e sbucò davanti alla dogana marittima. In quella zona l’attività era ancora più scarsa che davanti casa sua, quindi poté avvicinarsi a uno dei magazzini in mattoni rossi affacciati sul porto e oltrepassare la recinzione in plastica arancione senza che qualcuno la notasse.<br />
Il suo contatto le aveva detto che si sarebbero visti all’ultimo piano alle dieci precise. Erano le dieci e mezza. Aspettò ancora cinque minuti, giusto per essere sicura che non stesse arrivando dopo di lei. Non si fidava di lui. Era uno dei principali responsabili della sua necessità di girare armata: dopo due imbeccate fasulle sulla mafia dei tramezzini avrebbe dovuto capire che non era un tipo affidabile, ma il suo tentativo di venderla al monopolio dei souvenir per rimediare a dei debiti di gioco era stata davvero troppo sporca. Certo, lei li aveva fatti arrabbiare, ma lui non aveva diritto di farla cadere in trappola così. Avrebbe se non altro potuto scegliere un giorno in cui l’impermeabile era tornato dalla tintoria.<br />
Inspiegabilmente però il dossier che le aveva mandato due giorni prima sembrava autentico. Per telefono le aveva detto che era un modo per farsi perdonare, che voleva rientrare nel giro e che quell’informazione non l’avrebbe nemmeno dovuta pagare.<br />
Dannazione, stava dietro alla banda dei gondolieri da mesi. Era anche riuscita a fare delle foto compromettenti che era andata a sviluppare subito, non immaginando che il fotografo fosse dei loro. In mano le rimaneva solo una stupida intercettazione telefonica che non faceva nessun nome e non valeva niente, ma se l’informazione era buona avrebbe potuto vincere il pulitzer.<br />
Trovò le scale che portavano ai tre piani superiori e cominciò a salirle silenziosamente, facendo attenzione a non urtare nessun calcinaccio.<br />
I vecchi magazzini erano stati costruiti con mattoni rossi e grosse porte di legno, ormai rimosse. Era un complesso di tre grossi edifici rettangolari, di cui il primo occupato da degli uffici e l’ultimo da una sezione distaccata della facoltà di arte. Lei era in quello al centro in ristrutturazione. I lavori erano fermi da un po’ e l’unica modifica apportata erano le scale in cemento e i balconi esterni. Sapeva che di notte era il ritrovo preferito dei pescatori di frodo di vongole, almeno fino a quando non li aveva smascherati. Ora ci venivano solo gli studenti di arte quando volevano far festa e fuori pioveva.<br />
Arrivò al terzo piano e si nascose dietro al muro delle scale, tirando fuori la pistola. Ricontrollò che fosse carica, si acquattò e corse dietro a una colonna. Subito cominciarono a volare i colpi.<br />
- Arrenditi Mary, non hai scampo. –<br />
- Dannato Jimmy, lo sapevo che mi avresti fregata di nuovo! -<br />
Andò dietro a un cumulo di mattoni e cominciarono a sfidarsi.<br />
- Non vogliamo farti del male, Bick vuole solo parlarti! –<br />
Dannato, voleva darla in pasto agli industriali! Ma col cavolo che gli avrebbe detto a chi aveva dato il microfilm!<br />
- Ho solo questo da dirgli! –<br />
Sparò una raffica contro i loro mattoni.<br />
Erano in stallo. Entrambi con una buona copertura, non sarebbero andati da nessuna parte fino a quando uno di loro non avrebbe finito i colpi. Mary controllò la borsa, aveva riserve in quantità, ma non dubitava che fossero forniti anche loro. Decise che era ora di rompere lo stallo. Dopo un paio di colpi di copertura uscì di corsa dalla porta dietro di lei e cominciò a correre sui balconi. Era pericoloso, perché non avevano le balaustre, ma erano larghi e non soffriva di vertigini. Sapeva che uno di loro avrebbe provato a precederla mentre l’altro lo seguiva, ma lei aveva un piano. Conosceva un incavo nel muro poco più avanti che avrebbe un giorno ospitato una centralina elettrica, ma ora era vuoto. Ci si infilò velocemente e attese. Dei passi frettolosi le diedero ragione. Come le passò davanti, sparò.<br />
- Preso! –<br />
L’avversario cadde convulsamente a terra. Lo oltrepassò velocemente alla ricerca di Jimmy.<br />
Rotolò dentro la stanza dietro alla colonna di prima, ma era vuota. Senza perdersi d’animo uscì e andò nella prossima. Vuota.<br />
Ne rimaneva solo una da controllare. Si acquattò di fianco allo stipite, portò la pistola al petto, si tuffò dentro alla stanza e sparò. Contemporaneamente cadde a terra colpita. Un liquido scuro si stava diffondendo dal suo fianco. Tamponando, si tirò su per vedere il suo avversario. Jimmy era terra, la faccia una massa informe di un solo colore. Se l’era cercata.<br />
Mary cominciò a controllare i danni mentre Jimmy si alzava di scatto portandosi una mano al viso.<br />
- Dannazione Mary! Non in faccia! –<br />
Mary si lasciò cadere accanto a lui, che tentava di ripulirsi la faccia dalla vernice blu.<br />
- Scusa. –<br />
- Dov’è Mike? –<br />
- Fuori, l’ho preso al collo. –<br />
Prese dalla borsa una confezione di salviette disinfettanti all’alcol e la porse al ragazzo.<br />
- Miri troppo alto, te l’ho detto. –<br />
- E tu troppo a lato, mi hai preso solo di striscio. –<br />
- Però ti ho preso. –<br />
- Prima io. –<br />
- No, io! –<br />
- E smettetela. –<br />
Mike apparve dalla porta con passo strascicato e si accaparrò una salvietta.<br />
- Mary miri troppo alto, mi hai preso al collo. –<br />
- Lo so-ooo. –<br />
Passarono i successivi minuti a levarsi le tracce della vernice e togliersi le camicie, che diedero a Mary, dopo di che uscirono dal magazzino.<br />
- Porti a P la mia pistola? Oggi si è inceppata. –<br />
- Non è la pistola che spara male, sei tu che non sei capace. –<br />
- E piantala. –<br />
Appena fuori dal magazzino i due ragazzi nascosero le pistole da paintball negli zaini da scuola che avevano lasciato al pianterreno e recuperarono le magliette.<br />
- Abbiamo altri giorni di festa settimana prossima? –<br />
I ragazzi negarono con il capo.<br />
- Non ancora. –<br />
- Allora domenica. –<br />
- Ok, ma al pomeriggio. Mia madre si insospettisce se mi alzo prima di mezzogiorno. –<br />
- Che bugiardo, sei tu che vuoi dormire fino a tardi. –<br />
- E piantala. –<br />
- Comunque ho vinto io e quindi tocca a me scegliere. –<br />
- Ma se ti ho colpito prima io! –<br />
- Ci siamo colpiti assieme, ma solo io ho preso un punto vitale, quindi tocca a me. –<br />
I due ragazzini si guardarono e scrollarono le spalle: era inutile discutere con Maria.<br />
- Mike cos’abbiamo già fatto? –<br />
Michele tirò fuori dallo zaino un taccuino e una matita.<br />
- Dunque… i contrabbandieri, poi i partigiani, settimana scorsa i cowboy e oggi… giornalisti d’assalto. –<br />
Tirò una riga.<br />
- Sai se Steve viene? –<br />
- Sì se non si fa di nuovo mettere in punizione. –<br />
- Allora la prossima volta facciamo 007, voi fate i cattivi. –<br />
- E che cosa fa Steve? –<br />
- L’agente segreto alleato. –<br />
Giacomo diede una gomitata a Michele sogghignando.<br />
- Non ti pare un po’ scarna come bond girl? –<br />
Maria tirò fuori la pistola e la puntò contro di lui.<br />
- Un’altra parola Jimmy e finisci in fondo al canale. –<br />
- Ehi! Calma con quella! Mia madre mi uccide se torno a casa con la maglia piena di vernice! –<br />
In quel momento il cellulare squillò.<br />
- Il capo? –<br />
Mary sospirò.<br />
- Il capo. Ci sentiamo on line stasera per iniziare il gioco. –<br />
- Ok, ciao. –<br />
- Ciao. –<br />
Maria trasse un respiro profondo e rispose.<br />
- Ciao mamma… No, non sto giocando… Sì, dalla nonna… No… No. Non lo so dov’è Mirko. Ha dieci anni, non devo mica stargli sempre dietro! Ok… Ok! Arrivo. –<br />
Maria sospirò. I tredici anni erano una fregatura.<br />
Mise tutto dentro la borsa e tornò velocemente a casa. P l’aspettava per la consegna dell’attrezzatura e Jack per le riparazioni danni. Mike e Jimmy non sapevano che mirava apposta alto per far abbassare le tariffe di Jack, meno roba aveva da lavare, meno torta delle sorelle Ciacole gli doveva dare. Ultimamente poi aveva alzato i prezzi.<br />
Mentre tornava a casa incrociò la signora Mannetti con le informazioni per il nemico. Forse Bond poteva fare qualcosa.</p>
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