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Lunedì 03 Agosto 2009 19:44

Se devo essere sincera, non mi ricordo più chi ci diede questo compito. Bisognava partire da un articolo di cronaca, ovvero la strana vicenda di un convento e di tre suore di clausura e scriverne un racconto dell'orrore. Sinceramente, io non sono portata per i racconti dell'orrore, forse per quelli splatter, ma non dell'orrore. In ogni caso non era proprio così bruttino, ma scrivere di suore e perversioni è come sparare sulla Croce Rossa. Troppo facile. E pure scontato.

 

Era arrivato.
Il momento tanto atteso era giunto.
Era stata brava. Era stata paziente. Quanti anni passati in silenzio tra quelle fredde mura, ma ora era giunto il momento di venir ricompensata.
Sdraiata sul suo misero giaciglio, una donna molto anziana coi in corti capelli bianchi, fissava il soffitto col lo sguardo spalancato e un sorriso tirato. Teneva in mano il rosario, che sgranava a velocità febbrile.
Era stata brava, aveva saputo aspettare, ora la ricompensa sarebbe stata sua. Era stata la migliore. Nessuno avrebbe potuto dire niente. Non sarebbe stata lei a ricevere la punizione.
Indossava un vestito nero, molto semplice, ai piedi spessi calzettoni dello stesso colore. Un velo era posto proprio accanto al letto, su una sedia. Si mise a sedere, chinandosi con fatica riuscì a recuperare le scarpe sotto al letto.
Sì, lei era stata brava. Lei sola era riuscita a portare a termine l’incarico e ora aveva il diritto di fare qualsiasi domanda o richiesta.
Si infilò le scarpe e, sempre sgranando il rosario, uscì lentamente dalla sua cella. I muri del corridoio non erano meno scrostati delle pareti della cella. Vaste macchie di umidità tappezzavano i muri dando l’illusione si vaste campiture di colore diverso. La luce proveniva dalle poche lampadine sopravvissute, quelle che non era ancora necessario cambiare. Tutte le altre si erano fulminate dall’uso. Nessuno le aveva cambiate, quindi poteva capitare di trovarne due a breve distanza o a molti, molti metri se non addirittura solo su un piano o l’altro.
Avanzava strascicando i piedi. La vecchiaia non l’aveva risparmiata, ma se era valsa la pena. Lei lo sapeva che era così. Ne era convinta, doveva essere così.
La luce era poca. Le pietre scorreva lentamente sotto di lei, consunte dal tempo e dai passi che avevano visto passare, i muri erano sempre più freddi e sempre più umidi. Si stava avvicinando ai sotterranei.
Le convinzioni sono tutto nella vita, sono il motivo per cui ci si alza al mattino. Senza non si vive.
Ma lei aveva tante convinzioni, così tante da poter dare la vocazioni a chiunque le avessero presentato, la vocazione vera. Non quella finta dei servi del mondo dell’uomo. Per questo avevano chiuso il convento ne era sicura. La sua fede era troppo forte.
Passo dopo passo, appoggiandosi alle pareti friabili, ansimando forte, arrivò a una scala buia, che cominciò a scendere lentamente.
L’Arcivescovo lui, era stato bravo. Aveva fatto esattamente tutto quello che aveva sperato facesse. Lei aveva convocato la stampa per una conferenza e lui aveva messo il monastero sotto inchiesta. Aveva provveduto a scatenare delle risse, tirando fuori da Annamaria e Giambattista il peggio di loro stesse. Aveva dovuto pagare di persona tutti quei sotterfugi, ma aveva ottenuto il suo scopo: rimanere sola. Ora erano solo lei e quel monastero. Il sogno di una vita.
Arrivò davanti a una piccola porta in legno spesso e ferro chiodato. Si portò una mano al petto ansimante, come se avesse corso una maratona.
Le dispiaceva per suor Candida e suor Agnese, ma era stato necessario. Senza il loro sacrificio sarebbe stato tutto vano. Aveva avuto bisogno di loro. Era certa che capivano, ovunque loro fossero in quel momento.
Cominciò a frugare nella tasca del vestito e ne tirò fuori un mazzo di chiavi molto vecchio, tutto arrugginito. Ne valutò con cura le dimensioni e gli usi e alla fine scelse la prima del mazzo. La infilò nella toppa e un ambiente buio e completamente privo di mobilio, si spalancò con la sua oscurità nella fioca luce del corridoio in pietra.
Anche lui avrebbe capito. Era qualcosa di necessario quello che lei faceva, qualcosa per il bene di tutti. Andava fatto e lei sapeva da sempre, che ne sarebbe stata l’artefice.
In fondo alla cella, seminascosto dalla tenebra, un uomo. Vestito anche lui di nero e in lungo, rivelava folti capelli grigi e la barba di qualche giorno dello stesso colore. Era pallido e tremava. Era venuto la domenica a fare la messa per i fedeli. Molto gentilmente si era offerto di officiarla anche al convento. Che bravo ragazzo. Le aveva sempre voluto molto bene.
Nessuno si era accorto che non era mai uscito da lì. Erano venuti a cercarlo, in tanti, gente e buona e gente cattiva. Lei non aveva mai risposto, ligia alla sua regola.
La sua ricompensa era vicina, presto avrebbe ottenuto ciò che voleva e lui sarebbe stato contento. Oh si, lui l’avrebbe ricompensata, stimata. Lui era buono e giusto.
Andò vicino all’uomo e lo afferrò per il bavero della giacca, poi lo trascinò via, sempre strascicando. Aveva ancora abbastanza forza, la sua fede la sosteneva. Lo portò al centro del refettorio. Aveva spostato i tavoli ai lati della sala. In centro la croce, il fulcro di tutto ciò che aveva fatto fino adesso.
L’uomo era stordito ancora, forse l’aveva colpito troppo forte. Lo sarebbe stato per poco.
Lo spogliò e lo posizionò sulla croce. L’uomo aprì gli occhi. Era tutto nebuloso, confuso, ma non il freddo. Sì, faceva freddo. Perché faceva freddo? Rabbrividì. Capì di essere nudo. Tutto ciò, unito alla consapevolezza di non essere solo e ai ricordi dei giorni precedenti, lo svegliò in un attimo. Improvvisamente vide la suora china su di lui, un martello e un grosso chiodo in mano sul suo polso, proprio accanto a lui.
Era legato. Braccia aperte gambe unite. Era scomodo, era immobilizzato. Era su una croce. Non era possibile.
“Ti farà male.” Gli disse dolcemente. Era un bel sorriso, il sorriso della donna che gli aveva medicato le ginocchia da bambino. Quella che gli raccontava le storie nel chiostro quando si sentiva solo. Quella che gli aveva insegnato ad amare Dio. E stava per crocifiggerlo.
La suora posizionò il chiodo, poi sollevò il braccio.
“Stai per diventare la sua incarnazione. Sii fiero di questo compito, accoglilo con onore.”
Calò il martello.
L’urlo si sparse per tutte le fredde pareti del monastero. Per i corridoi bui e polverosi. Per le celle. Per il chiostro abbandonato. Per le cripte antiche. Le pietre vecchie di secoli vibrarono tutte, trasmettendo il suono fino all’ultima nota di dolore.
Alla fine ce l’aveva fatta, eccolo lì.
Bello, come doveva essere sempre stato. Puro e sanguinante.
Si inginocchiò di fronte al corpo martoriato sulla croce. Ci aveva messo ogni stilla di energia, ma ce l’aveva fatta, l’aveva appoggiato alla parete. Il sangue colava sui muri e sul pavimento e riluceva scuro nella fioca luce dell’alba. Lui aprì gli occhi, esausto. Aveva male ovunque, riusciva malapena a pensare.
Mentre le forze lo abbandonavano la vide lì, inginocchiata di fronte a lui, più in basso. Pregava sottovoce, dondolando leggermente avanti e indietro. Non ne era sicuro, forse stava anche piangendo.
Era stanco. Chiuse gli occhi.
Era finita. Ora sarebbe finita. No, non ancora. Doveva finire. Doveva farla finire lui.
La croce era appoggiata alla parete, ma non fissata. Strinse i denti e si protese in avanti. Una. Due. Tre. Dai polsi e dalle caviglie il dolore si propagò improvvisamente in tutto il corpo. Doveva farcela. Tre. Quattro.
Stava per svenire.
Un cedimento. Sentì il baricentro spostarsi verso il basso. Ce l’aveva fatta.
Mentre precipitava al suolo addosso alla suora che gli aveva insegnato a leggere e scrivere svenne.
Ora era finita.