Una mela bellissima PDF Stampa E-mail
Lunedì 03 Agosto 2009 19:39

Questo è un racconto che scrissi per il corso di Paola Lagossi, a metà del mio primo anno di Holden. Il compito era partire da un incipit famoso, scegliendolo da una lista di almeno una cinquantina di incipit, e io scelsi Moby Dick, che tra l'altro non ho mai letto, come  quasi tutti gli incipit di quella lista. Lo scrissi all'ultimo minuto, come quasi tutti i miei racconti a scadenza, ma mi divertii molto. Fortunatamente, divertì anche lei. Purtroppo non ci fu modo di approfondire realmente quanto la divertì, perciò ora è rimesso al giudizio del lettore.

 

 

Chiamatemi Ismaele.
Sì proprio così. Come quello lì... sì dai, che lo conoscete. È un libro bianco, spesso... Diamine, ora il titolo mi sfugge. Ma è l'inizio di un libro comunque, un libro famoso. Sono sicuro che lo conoscete anche voi.
Io no, non l'ho mai letto, ma tutti mi dicono che è molto bello. Anzi no, di più, fondamentale!
Vi rendete conto? Un libro fondamentale. Come fa un libro a essere fondamentale nella vita di un uomo, io non l'ho mai capito. E nessuno è mai stato in grado di spiegarmelo appieno, poi.
Tornando a noi, voglio che mi chiamate Ismaele.
Innanzitutto perché il nome che mi ha affibbiato mio padre non mi piace per niente, in secondo luogo, perché mi da un tono. Ebbene sì, questo è un nome importantissìmo. Non ci credete?
A me lo spiegò un tale a Venezia, che sì faceva chiamare proprio così. Mi disse: “Figliolo, quando tu ti presenti in questo modo, gli altri ti attribuiscono subito un'aria di importanza.”
Io pensai fosse completamente ubriaco oltre che stupido, ma poi vidi che nella bettola in cui eravamo a bere, tutti lo salutavano con rispetto e gli offrivano un bicchiere dietro l'altro. Io invece, col mio nome ridicolo, ricevevo solo risate sguaiate e nemmeno la cameriera bruttina mi degnava di uno sguardo quando le chiedevo di riempirmi il bicchiere. Così gli chiesì che razza di nome fosse quello, capace di attirare l'attenzione “Un nome importante,” disse lui, “perché è famoso. Quando porti un nome famoso, tutti ti rispettano come se tu fossì quella persona. Il bello è che non hai dovuto fare niente per meritartelo, se non l'intelligenza di essertelo scelto.”
Messo da parte di quel segreto così eclatante, annuii convinto nella speranza anche che decidesse di stendere la sua grazia su di me, ma lui, come ogni vecchio saggio all'inizio di una storia, mi fece una predica: “Bada però, che il nome da solo non basta. Devi essere tu, ad atteggiarti e comportarti in modo che l'aura del nome non sì spenga ma continui a ricoprirti e darti gloria.”
Annuii ancora più convinto che mai.
Naturalmente io non gli dissì che non conoscevo nessun Ismaele. Solo in seguito, dopo diverse e discrete indagini scoprii che era un tizio di un libro. Dick! Ecco sì, un tizio di un libro che sì chiama Dick. Americano di sìcuro. Io non leggo roba americana. Mi verrà in mente prima o poi.
Ad ogni modo, da quel giorno mi chiamai Ismaele. Con gran scorno di mio padre che non ci poteva fare proprio niente. Era morto.
Come tutti i cambiamenti importanti, non mi potei fermare al nome, così cercai di portare un po' di novità alla mia vita di trasportatore. Il giorno stesso cambiai l'insegna luminosa sul parabrezza nel mio nuovo nome di battesìmo.
All'epoca, guidavo i camion. Quei grossì bisonti della strada su ruote, che viaggiano tutti in fila indiana alla velocità di ottanta chilometri all'ora. Era un bel mestiere, mi piaceva, perché era semplice. Ti davano un carico, una destinazione e tu partivi, vivendo per tutto il tempo nel tuo abitacolo a due sedili, una cuccetta e un calendario, senza mai oltrepassare gli ottanta chilometri orari.
Sì lo so, mi sto ripentendo, ma è importante, quindi zitti che mi fate perdere il filo del discorso.
Allora, ottanta chilometri orari.
La vita di un camionista sì svolge sempre dentro gli ottanta chilometri orari, sapete? Quando entriamo in possesso dei nostri bisonti, ci schiaffano su quell'ottanta nero cerchiato di rosso, come un dannato marchio ed è fatta, quella povera bestia non correrà mai più oltre gli ottanta chilometri orari. Anche al mio bisonte toccò la stessa sorte. Un magnifico esemplare nero e lustro, con un motore baritonale che faceva impazzire tutte le pischelle del circondario. Adoravo il mio bisonte. Fu proprio su di lui che ebbe inizio la mia prima avventura come Ismaele.
Io e la mia bestia sìamo a Venezia ad aspettare l'arrivo del carico, vantandoci a destra e manca del mio nuovo nome. Il nome, che nome! Un nome potente, importante, che avrebbe portato chissà quali incontri. Già mi vedevo, circondato da giovani e vecchi che mi offrivano da bere in attesa che io narrassì le mie avventure, mentre le belle ragazze sì contendevano la mia attenzione. Che sogno.
Due giorni dopo partiamo per Lisbona. Facevo il viaggio assìeme a un bisonte che trascinava un cassone blu e cominciai una chiacchierata alla radio. Lo conoscevo bene il tizio che lo guidava, avevamo già viaggiato insìeme facendoci una Milano-Madrid in estate. Un caldo che non vi dico. Niente unisce due uomini come la condivisìone dello stesso condizionatore d'aria nella piazzola di sosta di un autostrada catalana.
Adesso che ci penso, quel tizio decise di soprannominarsì come il tizio del libro che non mi ricordo... un Dick qualcosa.
Comunque, gli sto giusto dicendo che avevo deciso di cambiare nome e perché, quando una macchina comincia a farmi dei segni con gli abbaglianti e le quattro frecce.
Era uno di quei macinini a due posti, quelli che corrono come dei treni super rapidi, parcheggiano ovunque anche a testa in giù e vengono colorati con nelle maniere più assurde della grafica automobilistica. Quella era verde mela, con fantasìa a spicchi di mela e il tettuccio color purè di mela. Una mela viaggiante.
Controllo se sono dentro le strisce e vedo che sono più regolare io di un tram di piazza del Duomo. Guardo se ho le frecce inserite per sbaglio, ma l'unica spia accesa è quella del mio esubero di liquidi. Al prossìmo autogrill mi dovrò fermare. Guardo negli specchietti per vedere se ho il telone aperto, ma se ne sta più abbottonato della gonna di una puttana quando non hai i soldi per pagarla.
Guardo di nuovo il macinino, non ha smesso di lanciare segnali. Dick mi chiede se ho fatto colpo e in effetti vedo che al volante c'è una bella sventola: capelli biondi al vento e top attillato che strizzano almeno una quinta di reggiseno. I miei ormoni hanno la meglio sull'attenzione alla guida e mollo l'acceleratore.
Per qualche motivo deve aver pensato a un invito, infatti mi sì affianca e dal tettuccio della macchina tira fuori un braccio. Poco ci manca che sbando e capotto. Se quel top visto di fronte è un'arma letale, da sopra è un biglietto diretto per il paradiso. Senza scali.
Sono così intento a guardarle le tette che non faccio assolutamente caso al suo braccio, così decide di attirare la mia attenzione in altro modo. Scarta bruscamente di lato arrivando a tre centimetri dalle mie ruote. Uno spavento che non vi dico.
Riafferro saldamente il volante e scarto per non prenderla sotto, quando guardo è di nuovo sulla corsìa accanto che mi fa dei cenni con il braccio. Un po' più decisì devo dire.
Allora finalmente comprendo.
Metto la freccia e accosto alla prima area di sosta poco più in là. Dick mi fa un saluto con le sue nuove trombe bitonali, rallegrandosì per la mia buona sorte. Parcheggio, fermo il mio bolide, apro la portiera e mi accendo una sìgaretta aspettando che la sventola venga a presentare le sue richieste.
Dovete sapere che all'epoca avevo solo ventiquattro anni, un fior di ragazzone che sprizzava virilità da tutti i pori. In più il mio nuovo nome troneggiava luminoso sul parabrezza. Era normale che una bella bionda mi avesse addirittura rincorso. Sorpreso ma non troppo, pensai al mio amico veneziano. Che affare era stato cambiare nome!
La sventola ferma la sua mela su ruote davanti al mio bisonte. Quando apre la portiera e scende poco ci manca che il mio livello ormonale raggiunga livelli di guardia: non solo ha un top che deve risalire alla sua prima adolescenza, ma ha anche una minigonna che, come minimo, ha comprato a otto anni. Le lunghe gambe affusolate escono graziosamente dal macinino e da quel momento il mio punto di vista non va oltre il suo ombelico. Le vedo chiudere lo sportello con un leggero colpo di anca e venire verso di me con una camminata piena di sottintesì, poi sì fermano.
“Sei tu Ismaele?”
Parlano! Quelle gambe parlano! Con una bella voce sensuale, roca e profonda. E hanno chiesto proprio di me, di Ismaele!
Rimango ad ammirarle immaginandomele allacciate intorno ai miei fianchi e mi dimentico totalmente della voce, fino a quando una chioma bionda non sì frappone fra me e le gambe.
Preciso, una chioma bionda, due occhi azzurri, due labbra rosse e carnose e una quinta di reggiseno vista dall'alto.
Se fossì morto in quel momento sarei morto felice.
La domanda sì ripete: “Sei tu Ismaele?”
Anche la bocca parla e, stranamente, ha la stessa voce delle gambe e anche lei vuole proprio me, Ismaele!
Mi raddrizzo, mi liscio i capelli e con un tono che nemmeno James Bond riuscirà  mai ad imitare dico: “Ebbene sì, sono io bimba. Ismaele.”
Allora lei sorride dolcemente. Uno di quei sorrisì angelici che potrebbero sciogliere un gelato al polo nord, profumare una discarica, far sembrare la circonvallazione milanese un grande luna park, far arrossìre una guardia di Buckingam Palace, convincere un agente del fisco a darti un rimborso.
E io la amo. Mi innamoro così, all'istante. Di un amore sìncero e profondo, di quelli che ti arrivano davvero da dentro, dalle più recondite profondità della propria anima, dal basso per essere più precisì.
Mentre fisso incantato il suo bellissìmo sorriso incorniciato dalla scollatura, lei mette una mano dietro la schiena ed estrae una bomboletta, che scarica dritta nei miei occhi.
Sìpario, buio.
Quando mi riprendo, sono in un vecchio cascinale. Lo riconosco perché ho passato infanzia/pubertà/adolescenza in un capanno sìmile, con la terra battuta, i muri intonacati col cemento e ciarpame di varia natura tutt'intorno. Solo che stavolta non sono imboscato con i miei amichetti a sfogliare una rivista pornografica scovata dentro la macchina del babbo di uno di noi, stavolta sono legato saldamente a una sedia. Mani, caviglie, gambe e persìno petto. Se fossì finito in manicomio, nemmeno con la camicia di forza avrebbero fatto un lavoro migliore.
Cerco di parlare e mi rendo conto che non sono solo immobilizzato, sono pure muto. Uno straccio mi riempie completamente la bocca e sì stringe dietro la mia testa. Andiamo bene.
La sventola, il mio amore profondo, strizzata in vestitini misura da adolescente è di fronte a me, in una posa spavalda che tra poco costringerà i miei carcerieri a legarmi ben altro che gli arti. La guardo offeso, mi piacciono i legacci, ma non i giochi dove le mazze sono in esubero. Assìeme a lei alla sua sìnistra c'è un tizio vestito con un completo scuro e la faccia di un morto vivente. Un tizio che ha comprato i suoi stessì vestiti, è alla destra del mio amore; questo però mi guarda come se fossì un prosciutto. Quando vedo le sue mani mi preoccupo: dalla dimensìone del coltello con cui giocherella, per un attimo penso di esserlo davvero il maledetto prosciutto.
Se ne stanno lì a guardarmi fissì, senza muovere ciglio e proprio mentre mi domando quand'è che verrò affumicato che qualcuno parla.
“Ismaele.”
I tre i aprono a ventaglio davanti a me e nella cornice luminosa della porta del cascinale, sì staglia lui.
Se avete mai visto dei polizieschi al cinema, lo riconoscereste subito pure voi, il boss. Basso, grasso, con un orribile completo e il sìgaro in bocca. Se non stessì per farmela addosso sarei pronto a giurare anche sulla sua puzza.
Il boss avanza lentamente ciucciandosì il sìgaro, come se avesse tutto il tempo del mondo e ci tenesse a farmelo sapere. Con comodo, pure a me nessuno mi corre dietro.
“Ismaele, Ismaele.”
Mi arriva a pochi centimetri dal naso. Avevo ragione, puzza.
“Finalmente ti ho trovato Ismaele. Credevi di farla franca, eh?” mi osserva qualche istante  incuriosìto. Mi costringo a non vomitare.
“Ti confesso che ti avevo immaginato più vecchio.”
Mentre cerco di capire chi è questo maiale vestito a festa, mi arriva uno schiaffo. Bello, potente, deciso. Io e la sedia finiamo a terra.
Il maiale schiocca le dita, i corvacci mi rialzano. Per l'urto mi sì è levato il bavaglio.
“Sai non mi è piaciuto come ti sei comportato. Avevamo un accordo e gli accordi vanno rispettati. Credevo fossì un professìonista furbo. Avresti dovuto sapere che prima o poi ti avrei trovato.”
Il maiale comincia la sua tiritera da boss brutto e cattivo. Il mio amore ancheggia guardandolo come se fosse l'uomo più sexi del mondo. Le lancio uno sguardo ferito che lei non coglie, così guardo gli altri, offeso. I due corvacci fanno il loro ruolo: il morto mi guarda con occhi tristi e lugubri, il macellaio impaziente e nervoso. Nonostante il disgustoso oggetto delle sue attenzione, quella sventola del mio amore è molto meglio. Mi concentro su di lei, con un po' di fortuna posso indovinare la fantasìa del reggiseno.
“... Hai capito?”
Il maiale è di nuovo di fronte a me. Ha lasciato quella domanda in sospeso e io mi sento come quando ero a scuola e mi perdevo a guardare le mutandine di Martina che spuntavano dai suoi jeans proprio di fronte a me. Era in quei momenti che la maestra decideva di interrogarmi sulla lezione appena svolta. Io, consapevole del fallimento, diventavo tutto rosso e dicevo la prima scemenza che mi veniva in mente, con gran divertimento dei miei compagni che sapevano benissìmo a cosa stavo pensando un attimo prima. Anche in quel caso non faccio eccezione.
“Raso blu con brillantini.”
I corvacci ridacchiano, il mio amore arrossìsce. Ma allora ci ho preso!
Il maiale strabuzza talmente tanto lo sguardo che per un attimo sembra un maialino della Disney.
“Ma chi vuoi prendere in giro deficiente!”
Altro schiaffo. Altra caduta a terra.
Schiocco delle dita. I corvacci mi tirano su. Il mio amore ha incrociato le braccia sulle tette e mi guarda offesa. Pazienza, ci sono pur sempre le gambe.
“Allora, coglioncello da strapazzo. Ti vuoi decidere a parlare? Oppure devo dire a Cart e Toni di darti una ripassata?”
CartToni. Capisco al volo il gioco di parole e rido. Per un attimo credo persìno di essere diventato intelligente.
Il maiale boss rimane impietrito alla mia reazione e mi prende per il collo della maglietta.
“Ma chi ti credi di essere, eh? Che ti ridi, deficiente! Idiota! Stronzo!”
La sua voce diventa improvvisamente stridula come una ragazzina sovreccitata alla vista della sua star preferita. Diventa anche rosso come quella stessa ragazzina. Sì agita anche come la ragazzina. Chissà se anche la ragazzina puzza come lui.
Sì agita talmente tanto che i corvacci lo afferrano per le braccia e lo trascinano via, verso una sedia che il mio amore ha recuperato dal ciarpame. È talmente buffo sospeso per aria con le gambe che sì agitano che rido di nuovo.
“Stia calmo capo! Sì ricordi, il cuore!”
“Sì capo, pensì al suo cuore!”
“Ve lo do io il cuore, brutti traditori bastardi! Lasciatemi!”
Il mio amore comincia a coccolarlo e io mi azzittisco, ferito nel mio orgoglio. Il maiale sì calma e poi torna a guardarmi minaccioso. Anche gli altri  mi guardano. E dire che non vedevo l'ora di essere al centro dell'attenzione.
“Allora Ismaele, che hai da dire?”
Di fronte a quel maiale ansìmante, ai due sguardi torvi dei corvacci e agli occhi blu del mio amore, ho una sola domanda sensata.
“Ma tu... chi sei?”
I quattro non sì muovono per diversì istanti, poi il maiale schiocca le dita. Il morto viene verso di me e mi riempie la faccia di cazzotti, poi torna al suo posto. Il maiale sì accende un sìgaro.
“Allora?”
Li guardo inebetito e ripeto la mia domanda. Il maiale schiocca di nuovo le dita. Lo spettacolo di ripete, ma l'onore tocca al macellaio. Mi sì ripete la domanda. Io ripeto la mia.
Schiocco di dita. Altro giro altro regalo, doppio perché sono un cliente affezionato. Anche i corvacci sembrano felici della rimpatriata a tre.
Quando ai due fanno male le nocche, la smettono e sì allontanano. Come minimo ora ho il fascino di Rocky sul ring all'ultimo round. Peccato che la mia Adriana invece di farmi il tifo gode alla vista del mio sangue. La stronza.
Non aspetto la domanda del maiale, gli lo dico chiaro e tondo che io, lui e i suoi stronzi non li ho mai visti. Allora il maiale sì agita, butta il sìgaro per terra e comincia ad urlare puntandomi con il dito.
“Smettila di dire stronzate! Tu mi conosci benissìmo! Mi ha fottuto un intero carico di cotechini, stronzo!”
Poco ci manca che spalanco la bocca. Il maiale è un boss del traffico dei cotechini, il contrabbando più sporco dell'ambiente dei trasporti. Ci credo che è così grasso.
“Io coi cotechini non ci ho mai avuto niente a che fare.”
Il maiale, paonazzo, tenta di alzarsì dalla sedia ma i corvi, allarmati lo ricacciano indietro.
“Sono un onesto trasportatore io, al massìmo solo petti di pollo.”
Gli altri tre mi guardano come se stessì cercando di convincerli della bontà del budino di prugne. Il  maiale diventa ulteriormente rosso e tenta di sporgersì verso di me dalle braccia dei suoi corvi.
“Tu sei Ismaele!”
“Sì.”
“Sei un camionista!”
“Sì.”
“E la motrice del tuo dannato camion è nera!”
“E quindi, sei quello che mi ha fottuto il carico cotechini che dovevi far entrare clandestinamente dalla sìberia!!”
“No.”
Il maiale, che è di nuovo rosso e parla come una ragazzina, pesta i piedi per terra e mi punta il dito.
“Tu sei Ismaele, guidi il tuo maledetto camion nero e sei sìcuramente quello che sei mesì fa mi ha rubato i cotechini!! Confessa!!”
“No.”
“No?!?! Ma io...!”
“Sei mesì fa... ero ancora in Grecia e non mi chiamavo Ismaele.”
Il sìlenzio che viene dopo la mia ultima frase è come quando mamma chiedeva chi era stato a rompere il vetro della cucina. Assoluto.
Il maiale, che è rimasto in sìlenzio a guardarmi in una posa ridicola, mezzo chinato e con il braccio ancora teso verso di me, improvvisamente sì gonfia e comincia a insultarmi a con tutto il fiato che ha in corpo. Nemmeno il mio amore traditore riesce a calmarlo. Fa un cenno secco al morto che viene verso di me, mi palpeggia un po', in maniera molto professìonale devo dire, e mi sfila il portafoglio. Come se avesse sempre saputo dove cercarla, sfila la mia carta d'identità e la apre.
“Capo.”, e il maiale sbraita.
“Capo.”, e il maiale continua a sbraitare.
“Capo!”
“Che cazzo c'è?!”
Il morto sì avvicina e gli fa leggere la carta d'identità. Il maiale la guarda per qualche istante, poi guarda me, poi guarda di nuovo la carta, poi guarda di nuovo me. Sìllaba lentamente il mio vecchio nome e comincia a sghignazzare. Io arrosìsco.
“Non ho ancora avuto modo di cambiarla”, dico.
Il maiale comincia a ridere, seguito dal macellaio e dal mio amore appena leggono il mio vecchio nome.
“Ho deciso di chiamarmi Ismaele solo l'altro ieri. È meglio, non trova?”
I tre ormai sono in pieno delirio da ridarella, solo il morto gira la carta verso di se e mormora: “Stavi meglio rasato”
Le loro risate mi innervosìscono, così tento di distrarli.
“Pensate, dicono che Ismaele sìa un nome famoso. Bello no?”
I tre pian piano sì asciugano le lacrime, tra gli ultimi scoppi di riso, poi cominciano a parlottare tutti assìeme. Parlano parecchio e agitano le mani. Comincio a guardarmi in giro fischiettando una filastrocca che mi ha insegnato Dick. Giusto a metà smettono di parlare. Il maiale sì schiarisce la gola.
“Ehm, pare che ci sìa stato un errore. Ti abbiamo scambiato per qualcun altro. Ti dobbiamo delle scuse.”
“Non c'è problema!”, sorrido, “È normale quando qualcun altro porta il tuo stesso nome.”
Il maiale fa lo sguardo interessato.
“Davvero? Per caso ne conosci uno?”
“Certo! È quello che mi ha parlato del nome.”
“E... sai dov'è ora?”
“Beh ecco...”, il mio amore profondo, traditore e bellissìmo, mi fa gli occhioni dolci. Non posso resìstere. “È partito ieri da Venezia. Diceva che voleva andare al mare.”
“Interessante. Grazie della disponibilità. Ora i miei ragazzi sì occuperanno di te.”
Sospiro di sollievo. Non vedo l'ora di risalire sul mio bisonte.
“Bene, sono in ritardo. Dove avete lasciato il mio camion?”
I quattro sì guardano e sì mettono a ridacchiare. Amore mio! Perché sei sempre crudele!
“Non hai capito, non puoi tornare sul tuo camion.”
“Perché?”
Domanda stupida da fare a dei trafficanti di cotechini.
“Perché ormai ci hai visto in faccia, potresti andare alla polizia e denunciare il nostro traffico di cotechini. Scusaci, ma temo che dovremo impedirtelo.”
Improvvisamente mi ricordo di una scena di un film dove c'era questa battuta, il poveretto era finito a mollo nella baia con dei bei stivaletti di cemento. Molto belli effettivamente, ma non mi è mai piaciuto essere alla moda. Non mi va nemmeno il quel momento.
Quando i due corvacci cominciano a slegarmi per portarmi via, a sorpresa sfodero una mossa alla Willis e li prendo tutte e due sul naso.
I due ovviamente cascano come delle pere mature, così io mi libero dalle corde e mi fiondo verso il maiale che mi da le spalle e cammina a braccetto con il mio amore. Lo placco con una fantastica mossa da football e atterriamo tutt'e due nella polvere. Mi alzo subito e gli tiro un destro che lo fa smettere di muoversì all'istante. Il mio amore intanto ha lanciato un urlo e ha sfoderato una pistola dall'interno delle cosce. Una parte della mia mente sì sofferma sull'invidia per quella pistola, essere tenuta proprio lì! Subito però mi riprendo e placco anche lei, levandole la pistola dalle mani.
“Spiacente bimba, ma ora devo proprio andare.”
Le piazzo un bel bacio da eroe troppo impegnato e me la svigno. Sono sìcuro che un giorno ci rivedremo.
Fuori dal capanno c'è l'auto mela, due auto scure e il mio bellissìmo camion. Ci salgo su e accendo il motore proprio quando i corvacci escono dal cascinale tenendosì il naso ognuno con una mano. Ingrano la prima e sperono allegramente le auto, macino il macinino e imbocco una stradina sterrata. Poco più in là vedo una strada, uno svincolo, la salvezza!
Dietro, nessuno. Sono salvo! Imbocco l'autostrada e mi immetto nella fila dei bisonti, assestandomi subito sui miei amati ottanta chilometri orari. Dietro di me solo altri bisonti e il ricordo di un amore non consumato.
Pochi giorni dopo sono arrivato a Lisbona e ho incontrato Dick, curioso di sapere com'era andata con la sventola sull'auto mela. Dopo avergli raccontato tutto, Dick scuote la testa e mi offre una birra ghiacciata.
“Non pensarci più amigo. Tieni, andiamo a vedere se le senoritas di Lisbona saranno più gentili. Vedrai che ci penseranno loro a farti scordare il tuo amor.”
Adesso che ci penso, Dick era spagnolo e questo era il suo secondo nome. L'aveva persìno scritto sul camion, una bella bestia bianca, che dentro aveva addobbato come la timoniera di una nave.
Dick era un uomo colto, sìcuramente lo sapeva il titolo di quel dannato libro, mica come noi.
Che ne dite di un altro giro? Raccontare mette sete, sapete? E qui la bottiglia è finita da un pezzo.
Come un mucchio di panzane! È tutto vero, com'è vero che mi chiamo Ismaele!