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Non lo nego, mi divertii un sacco a scriverlo. Il tema era "la festa" il Workshop di Chiara Tozzi. Il tema mi era particolarmente odioso, quindi sprecai la maggior parte del tempo a ingegnarmi sul modo di aggirarlo. Ce la feci nel mio modo malato, ma ovviamente non centrai molto il tema, per quanto mi piaccia ancora un sacco. Meglio, la descrissi una festa, ma è realmente pieno di luoghi comuni, che non farete fatica a riconoscere, e i personaggi sono abbastanza vuori. Ma a me piace. Perciò...
Frankie si sporse da dietro l’auto per vedere meglio. Non c’era nessuno. - Allora? – - Via libera. – Johnny tirò fuori un cacciavite e cominciò a togliere le viti che tenevano ferma la targa dell’auto dietro cui erano accucciati. - Sicuro che non viene nessuno? – - Ti ho detto via libera. – Johnny svitò l’ultima vite e staccò la targa. - Prendila anche dall’altra. – - Lo so, lo so. Tu fai il tuo lavoro. – Frankie prese un pacchetto di sigarette dalla giacca e se ne accese una. - Guarda che il fumo si vede. – - È notte imbecille. – Johnny finì di staccare la targa dell’altra auto e si accucciò di fianco al compagno, infilando le due targhe sotto la giacca. - Fatto. – - Squagliamocela. – Si rialzarono e si diedero un’occhiata in giro. Erano vestiti in maniera anonima, o almeno nella loro idea di anonimo. Giubbotto sportivo, jeans, polo e occhiali da sole tutti neri. Era notte, era Agosto e il termometro segnava ventotto gradi. - Nessuno. – - Tu a destra, io a sinistra. Ci vediamo alla macchina. – Frankie e Johnny si separarono senza dire altro, prendendo direzioni diverse per uscire dal parcheggio. Erano già le dieci di sera ed erano in perfetto orario. Frankie e Johnny erano sempre in orario. Quando preparavano le tabelle di marcia, programmavano anche i litigi, perché nel loro lavoro non si potevano permettere di perdere tempo. Era la regola. Se non rispettavi, si rischiava di trovarsi con una fornitura eterna di tempo, a patto di credere nell’inferno. Frankie e Johnny erano dei killer. Quella era la loro occupazione ufficiale, ma in quei tempi nemmeno con il solo mestiere di killer si poteva campare, così arrotondavano. Negli anni, si erano fatti un vasto curriculum di pestaggi, rapimenti, pedinamenti, intimidazioni e consegne. Più raramente, anche come consulenti nel campo della protezione personale. Però erano settimane che non ricevano ingaggi e Frankie e Johnny stavano davvero pensando che era ora di cambiare lavoro. La crisi del settore era vastissima ma si potevano sempre dedicare al contrabbando. Per questo, al primo ingaggio che gli si era parato davanti lo avevano preso e basta, senza domande. Come ai vecchi tempi. Un nome, un indirizzo e via senza troppi problemi. Negli ultimi anni per uccidere qualcuno dovevi sapere l’indirizzo di casa, dell’ufficio, dell’amante, della moglie, della massaggiatrice e del dentista e relative piantine. Le specifiche dell’antifurto, dell’antincendio e delle telecamere di sicurezza, le frequenze della polizia, i turni delle pattuglie… Frankie e Johnny erano sopravvissuti dedicando anima e corpo al lavoro. La vita privata era morta da tempo, ma l’adrenalina l’aveva compensata bene, almeno fino a qualche mese prima. Frankie arrivò alla macchina che Johnny era già dentro. - Sei in ritardo. – - Io non sono mai in ritardo. – - Oggi hai fatto il vago venti secondi di troppo. – - Cazzate. – - Stai invecchiando Frankie. – - Lo so Johnny. – Johnny accesa l’auto, mise la freccia e si infilò nel traffico senza più parlare.
Annie stava impazzendo. - Josh!! Dove sono le mie scarpe?! – - Dove le hai lasciate quando te le sei tolte. – - ‘fanculo Josh. – - Dio t’ascoltasse. – Annie si ficcò sotto il letto scoprendo quattro gatti di polvere, un chewingum masticato e una biglia, ma nessuna scarpa. Andò in sala dove Josh stava guardano X-Factor e scuoteva la testa rassegnato. - Ma perché Andrew si ostina a cantare. È così bello… è sprecato lì in mezzo. – - Potresti aiutarmi invece di sbavare? – - Certo che no. Quando faremo tardi potrò dare la colpa a te. – - Ti odio. – - Non è vero. – - E invece sì. – - Non hai detto questo quando ti ho passato il numero di Paul. – Annie aggirò il divano e andò in cucina. Le scarpe erano dietro il frigo. - Come cazzo ci sono finite qui?! – Annie s’infilò le scarpe saltellando verso la sala. - Sono pronta andiamo. – Josh si alzò con un balzo dal divano stiracchiandosi. - Spero che Madeline abbia invitato anche quel fusto del suo vicino. – - Guarda che lei gli piace. – Josh sorrise furbescamente. Di solito quelli erano particolari senza importanza per lui. Uscirono di casa e scesero le scale. Annie tornò su subito a prendere la borsa. Uscendo inciampò nel tappetino e si ruppe un tacco. Dovette quindi tornare dentro a cercarne un altro paio. Quando salirono sul taxi, erano passati venti minuti. - Cristo! Madeline ci ucciderà. – Josh le tirò un scappellotto che la fece inveire ulteriormente. - Ti ucciderà. Comunque conoscendoti sarà uscita di casa in ritardo. E non bestemmiare. – Annie lo guardò imbronciata odiandolo: Josh frequentava gay bar e si presentava a chiunque dichiarando immediatamente la sua omosessualità chiedendo all’interlocutore le sue inclinazioni sessuali, ma andava a messa ogni domenica mattina e si confessava regolarmente. Queste erano sempre piuttosto lunghe perché la sua fede non impediva a Josh di correre dietro a ogni paio di pantaloni che vedeva. I suoi amici erano molto divertiti dall’evidente contraddizione di Josh, ma a Annie ricordava troppo sua madre. Gli lanciò una frecciata. - Pensi che verrà Mark? – Josh tirò un sospiro. - Lo spero. Potrebbe essere l’occasione giusta per scoprire la sua vera vocazione. – - Mark è etero. – - Questa è una cosa tutta da scoprire mia cara. – Annie gli tirò un pugno sull’inguine. Josh urlò. - Ma sei pazza?! Questo mi serve stasera! – Josh ed Annie si erano conosciuti il primo anno di college. Lei entrava nell’aula di letteratura e lui ne usciva. Si erano scontrati, lei aveva bestemmiato, lui l’aveva rimproverata: era stato un vero colpo di fulmine. Dopo il primo litigio ne erano seguiti molti altri più o meno violenti, soprattutto dopo l’inizio della loro convivenza. Il patto che li univa era quello standard condiviso da tutte le coppie gay/etero nella combinazione uomo/donna che convivevano, dal giorno in cui Will e Grace era andato in onda: se lui rimorchiava un etero, lo passava a lei; se era lei a rimorchiare il gay, il contrario. Naturalmente, la regola includeva il costante tentativo di uno dei due di ‘convertire’ la nuova conquista dell’altro, cosa che fin’ora era riuscita solo a Josh. I litigi che ne nascevano erano talmente sublimi che si facevano amici solo urlando alle feste, motivo ovviamente per il quale venivano invitati. Annie e Josh erano scrittori. In una città come New York, di persone come loro ce n’erano a centinaia e l’interesse per i loro litigi gli aveva fatto capire che era il modo migliore per venire fuori dalla massa e farsi conoscere. Si erano dati da fare e dopo qualche mese una festa non veniva considerata tale senza la presenza di Josh ed Annie, cosa che permise loro non solo di conoscere una quantità incredibile di persone, ma anche di avere degli introiti in più: se qualcuno li voleva doveva pagare. Lo spettacolo era sempre garantito e finiva regolarmente sulle prime pagine dei giornali scandalistici. L’ultima volta avevano studiato le battute per una settimana prima del party di Janet Monroe, una stilista emergente, ed erano riusciti a finire su Vogue. Quella a cui stavano andando però era di amici, quindi avrebbero tenuto un profilo basso, solo vecchie battute di repertorio. Le energie andavano preservate. - Questa sera niente improvvisazioni. Maggie ci uccide se qualcosa offusca la sua festa prima di venerdì. – - Tu invece cerca di risparmiare la voce, l’ultima volta sembravi una checca isterica. – Arrivarono da Madeline, che era seduta sui gradini del palazzo, avvinghiata al suo compagno per la serata. - Direi che le inclinazioni sono chiare. - Josh sorrise e non disse nulla. Madeline si staccò malvolentieri dal ragazzo e li guardò con un finto broncio. - Siete in ritardo. – - Colpa sua. – - Stronzo. – - La predica la faccio dopo. Ora andiamo Bill ci aspetta con la macchina. – - Ma non potevamo vederci direttamente là? – - No! Dobbiamo andare a prendere la torta e voi dovete fare il solito show. – Uno dei motivi per cui Josh ed Annie avevano tanti amici, era il modo con cui riuscivano a contrattare con i negozianti. Lo avevano scoperto per caso un giorno in cui erano andati in un fast food a prendere un hot dog e Josh aveva ordinato quello sbagliato per Annie. Si erano rifiutati di cambiarlo e lei aveva cominciato a litigare con Josh in una foga tale, da bloccare completamente le consumazioni. Avevano radunato anche una discreta folla che intasava il locale e il direttore stesso li aveva raggiunti, senza risolvere niente. Alla fine avevano dato a Annie l’hot dog che voleva, senza farle pagare un cent in più. L’avevano messo in pratica per scherzo un giorno in una gelateria e si erano resi contro di avere un enorme risorsa di risparmio. Orami lo praticavano per qualsiasi cosa, dal farsi cambiare abito senza scontrino, ad accedere alle aree a pagamento di alcuni musei. Era sempre riuscito. - Chi è il tizio? - - Un italiano, un tipo cocciuto che parla strano. – Josh scrollò le spalle noncurante. - Useremo il dramma familiare, funziona sempre con loro. – Madeline fece un saltello felice e abbracciò Annie, ignorando così l’occhiolino che Josh fece al suo amico. Annie sogghignò preparandosi alla sconfitta dell’amico, ma il ragazzo gli rispose con un sorriso. Mentalmente e controvoglia, aggiunse una tacca al tabellone dei punti sotto al nome di Josh. Cominciava a essere preoccupatamene piena e lei non aveva nessuna voglia di consegnarli la coppa dell’acchiappo quel mese. Non di nuovo.
Frankie e Johnny erano pronti. Avevano cambiato le targhe, pulito i fari, controllato i freni e cambiato abiti. Ora indossavano un sobrio completo formato da pantaloni, giacca, camicia e cravatta nera. Gli occhiali da sole erano gli stessi. Poi si erano occupati delle armi. Frankie avrebbe preso il Thompson, compagno fidato di tante avventure, Johnny il fucile a canne mozze. Non gi avevano detto il numero esatto delle persone che sarebbero state presenti, ma avevano abbastanza potenza di fuoco per eliminare almeno una ventina di bersagli. Naturalmente, avrebbero preso anche le armi di ordinanza: nove millimetri alla fondina, calibro 24 alla caviglia, serramanico alla cintura, tirapugni in tasca, spray anti aggressione. Non si sa mai con chi si deve avere a che fare. Un collega aveva riso di loro una volta sapendo che andavano in giro con lo spray antistupro, ma dopo che gli avevano mostrato l’efficacia di entrambe le bombolette, una per ogni occhio, si era ricreduto. Purtroppo aveva dovuto lasciar perdere la carriera di cecchino. - Check. – Frankie e Johnny si controllarono a vicenda. - Tutte le armi presenti, nessuna visibile. – - Idem. – - Benzina? – - Fatta. – - Indirizzo? – - Preso. – - Conferma mandante? – - Mancante. – Frankie guardò Johnny, che a sua volta guardò Frankie. Di solito non si opera mai senza conferma. Capitava che vittima e mandante venissero a patti o che il bersaglio cambiasse. Non aveva senso sprecare tempo e munizioni contro i bersagli inutili, quindi la conferma era necessaria. Ma la crisi del settore era stata tale da fargli accettare l’incarico così rapidamente che non avevano chiesto nessun recapito di conferma. Era andata così. Erano dentro un pub a rinfrescarsi con un’orzata fresca e a leggere il giornale constatando la stessa cosa dei giorni precedenti: nessun annuncio in codice. Era la stagione del football, così si erano messi le maglie della squadra locale per passare inosservati, giusto per tenersi in allenamento. Avevano fatto a gara per fosse riuscito a imparare più velocemente i risultati. Avevano appena ordinato una seconda pinta di orzata quando un tizio, presumibilmente lo scagnozzo di qualcuno, si era avvicinato usando la frase: “Ehi, come va?” Frankie aveva guardato Johnny che aveva guardato Frankie, e aveva dato la risposta: “Non ce male. E a te?”, stabilito il contatto, erano andati avanti. “Avete sentito di Menny? Siete disponibili?” “Dipende, per cosa?” “Un suo amico Jack, torna dall’Europa e dice che bisogna fargli una festa, possibilmente senza troppa pubblicità. Non vogliono trovarsi in mezzo ai soliti imbucati.” “Capiamo perfettamente il problema.” “Quindi stiamo spargendo la voce solo tra di noi, evitando gli indesiderati. Voi ci state?” Frankie e Johnny si erano guardati. “Dì pure a Menny che ci stiamo.” “Grande! Questo è l’indirizzo, venite verso le undici e mezza, prima non trovate nessuno. Mi raccomando, discreti. Stiamo cercando di tenere la cosa per noi.” “Certamente.” Il tizio aveva fatto per raggiungere i suoi amici al tavolo più indietro, ma Johnny lo aveva fermato. “Come facciamo per la conferma?” “La conferma?” Anche Frankie lo guardava. “Sì, la conferma.” Il ragazzo li aveva fissati per un attimo, come a riflettere. “La conferma! Giusto! Non vi preoccupate, è già tutto confermato.” Frankie e Johnny quindi avevano ottenuto un ingaggio. Avevano solo un nome e un indirizzo e nessun recapito: era alla ‘vecchia maniera’. Loro facevano il lavoro, aspettavano che la notizia si fosse sparsa per la città, tornavano al luogo di ingaggio e riscuotevano. Così tenevano lontano l’ansia: era un lavoro, un lavoro alla vecchia maniera. L’ultima volta che avevano fatto un lavoro alla vecchia maniera avevano ucciso uno scagnozzo del mandante andato a perquisire la casa del bersaglio. Nessuno l’aveva presa bene. Avevano dovuto rompere le rotule di cinque picchiatori prima che il mandante decidesse che ci avrebbe guadagnato di più a lasciarli stare. - Sicuro di essere ancora capace? – - Taci e guida Johnny. – I due presero le armi e le caricarono in macchina. Erano le undici, in perfetto orario. Johnny regolò l’orologio del cruscotto con il suo. - Sicuro di sapere la strada? – - Non sono io il matusa Frankie. – Frankie e Johnny sgommarono verso la loro meta.
Annie e Josh stavano dando il meglio di se. La piccola pasticceria che era vuota quando erano arrivati, era ora affollata da una decina di persone e l’orario di chiusura era appena passato. Il proprietario li guardava con gli occhi stralunati indeciso se prendere il mattarello e sbatterli fuori o ignorarli e servire il resto dei clienti mentre loro sbollivano. L’indecisione era dovuta a un grosso pacco che i due tenevano in bilico tra loro, agitandolo con foga. Era una torta molto grande, per almeno una trentina di persone golose, che aveva richiesto abbastanza tempo e risorse e a ogni gesto di enfasi ondeggiava pericolosamente. Annie e Josh erano passati dagli insulti triviali, a quelli familiari a rinfacciarsi le mancanze coniugali. Stavano attaccando con il repertorio dei figli quando l’uomo li fermò. - Basta. Basta!! Ok ho capito. Prendetela al prezzo che avevamo concordato e andatevene! Così chiudo. – Annie e Josh lo guardarono, poi si guardarono tra loro. - E non ce la faremo a comprare il set di arte per Joy Jr! E dovrò dire alla sua insegnante – di nuovo - che dovrà aspettare il prossimo mese, e tutto perché tu non sai fare i conti! – - Se la mia gestione patrimoniale non ti soddisfa puoi sempre farli tu” – - Io ho ne già abbastanza badando a te e ai tuoi figli, tu potresti fare almeno qualcosa senza mandare tutto a puttane per una volta. – - Basta! Basta!! BASTA!! Vi faccio lo sconto di dieci dollari. O così o lasciate la torta. – Frankie e Johnny lo guardarono. - Ok! Quindici e levatevi dai piedi. Per la miseria! – I due uscirono dal negozio acclamati come eroi. - Siete grandi! Non capirò mai come ci riuscite! Io e Bill ci abbiamo provato una volta ma hanno chiamato la sicurezza. Oooooh! I ragazzi saranno entusiasti! – - Talento cara, solo talento. – Raggiunsero la vecchia utilitaria di Bill mettendo la torta nel bagagliaio. Annie e Josh salirono in macchina, seguiti dall’amico di Madeline. I due non erano massicci, ma occupavano abbastanza spazio da schiacciarla contro il finestrino. - Perché non fai sedere Madeline con noi? Occupa meno spazio. – - Perché le signore vanno fatte sedere davanti. – - E io allora? – - Ho detto le signore tesoro, non le scimmie. – - Questa era banale. – Bill mise in moto e partì lasciando che i due finissero di complimentarsi per la performance. Lui era amico di Annie dal liceo. Lo aveva acchiappato durante una ricreazione coinvolgendolo in una fuga: un paio di giocatori di football la stavano inseguendo infuriati dopo che lei insinuato nelle loro ragazze ufficiali, l’esistenza di quelle ufficiose. Gli adolescenti innamorati non sono mai stati famosi per riconoscere l’ironia o il sarcasmo di una battuta, così Annie aveva corso a perdifiato fino a incrociare qualcuno che, a colpo d’occhio, si sarebbe fatto coinvolgere subito. Purtroppo il suo occhio era nel giusto. L’aveva aiutata a nascondersi in un ripostiglio e poi insieme avevano scavalcato la recinzione dandosi alla macchia per il resto delle lezioni. Curiosamente, Annie lo prese per la sua spalla personale e ogni volta che aveva un crisi o un guaio, lo veniva a cercare e per giorni non poteva far altro che occuparsi di lei. La comparsa di Josh fu una benedizione. Lui non solo era in grado di sopportarla, ma anche di contenerla e manipolarla se necessario. Al principio pensò di scaricarla a lui, ma Josh aveva un vero talento per intrufolarsi a feste di ogni genere e sarebbe stato un peccato perdere delle occasioni così gustose. E poi i due erano piuttosto divertenti da vedere insieme. Fu Bill a tenere le prime scommesse sui loro litigi e a fargli notare che era possibile guadagnarci di più. Bill veniva introdotto a tutte le feste dai due, guadagnandoci contatti con mecenati, galleristi e modelle. Lui non lo sapeva, ma il divertimento massimo di Josh era guardare la reazione isterica di Annie non appena lui agganciava una modella. Era così che iniziavano tutti i litigi e Josh si assicurava sempre che la quantità di alcol in corpo dell’amica fosse a buon punto. Tutto ciò occupava almeno metà della confessione che ogni domenica Josh faceva a padre Tony. Padre Tony non era proprio sicuro che Josh lo facesse con pentimento, ma gli assegnava comunque i suoi Padre Nostro e sorrideva, contento che esistesse un buon diversivo dalle vecchiette pettegole e i catechisti monelli.
Frankie e Johnny lavoravano insieme da molti anni. Entrambi da giovani erano stati due scagnozzi, ma di boss diversi. Si erano conosciuti durante una rissa, quando un po’ di uomini di un boss di erano incontrati con gli uomini dell’altro boss in un bar, tutti con l’ordine di insegnare agli altri quello che all’epoca si chiamava rispetto. Alla prima sedia volante, Frankie si era abbassato ed era strisciato dietro al bancone, trovandoci Johnny, ed entrambi avevano convenuto che un loro scontro sarebbe stato totalmente inutile, dato che gli adulti sembravano cavarsela benissimo da soli. Erano rimasti lì sotto a contare le bottiglie rotte e a gareggiare su quale osso si stesse rompendo e per mano di chi, mettendo finalmente le mani sul tanto famoso whiskey che poi non era un granchè. I due si erano rialzati solo quando era calato il silenzio. Il bar distrutto, tutti gli uomini distesi a terra e sui resti del mobilio, chi gemendo chi no. Frankie e Johnny giudicarono tutto ciò un enorme spreco di energie e se l’erano svignata dal retro litigando su chi fosse il miglior attore hollywoodiano del momento. Il giorno dopo, entrambi i boss offesi dalla mancanza di lealtà dei giovani scagnozzi, avevano dato loro una pistola dicendogli di andare ad uccidere l’avversario in cambio del perdono. I due si erano incontrati a metà strada, si erano augurati buona fortuna e avevano continuato con i loro incarichi. Il giorno dopo i giornali strepitavano il duplice omicidio di due boss a opera di sconosciuti e Frankie e Johnny appendevano il primo ritaglio delle loro imprese nel loro nuovo rifugio. Loro non credevano nel destino, in Dio o nel karma, ma pensavano che sprecare una buona coincidenza fosse stupido. Meticolosità e organizzazione erano il loro motto e ben presto cominciarono a essere conosciuti come killer infallibili e affidabili. Erano abili, discreti e puntuali. Non sbagliavano mai. E mentre i tempi e i metodi cambiavano, loro cambiavano con essi. Erano sempre all’avanguardia con le tecnologie e i loro piani includevano sempre talmente tante varianti da non lasciare alcun margine di errore. E fu con grande sgomento che anni dopo, dopo la fine dell’età d’oro, degli grandi scontri tra bande e l’inizio della crisi, si ritrovarono in un vicolo cieco. - Johnny? – - Si? – - Ci siamo persi. – - Lo so Frankie. – All’indirizzo che avevano segnato, corrispondeva una vecchia stazione dei pompieri chiaramente abbandonata. Anche senza indagare, si capiva che era deserta. Erano arrivati senza problemi. Non avevano incontrato pattuglie della polizia e avevano trovato la strada deserta. Da manuale, avevano fatto prima un giro dell’isolato come sopralluogo, ma appena oltrepassato il numero civico dell’obiettivo, Johnny aveva inchiodato ed era tornato indietro. La sorpresa era tale, che Frankie non lo aveva nemmeno ripreso. - Frankie? – - Sì? – - Che facciamo adesso? – - Non lo so Johnny. – I due erano in piedi accanto alla macchina a fissare la vecchia palazzina. Era talmente mal ridotta che perfino i barboni preferivano dormire all’aperto. - Forse potremo chiedere a qualcuno. – - Sei diventato scemo Johnny? – Una delle regole fondamentali nel loro lavoro, era che non bisognava farsi notare. Chiedere a un passante indicazioni su un luogo presso il quale si sarebbe presto tenuto un delitto, era effettivamente più che farsi notare, era costituirsi. - Potremo travestirci. – - Anche a me piacerebbe fare il rapper, ma sono bianco. –
I due continuarono a guardare il palazzo come se potesse fornirgli una risposta. Ovviamente non l’aveva. - Ecchecazzo! – I due si guardarono, poi si voltarono. La voce che aveva lanciato quello strillo fissava il palazzo dietro le loro spalle sporgendosi dal finestrino del passeggero di una vecchia utilitaria ridotta allo stesso stato della palazzina. - Bill! Qui non c’è nessuna cazzo di festa! – Quattro paia d’occhi si sporsero da tutte le parti della macchina. - Eppure James ha detto proprio qui. Littleville Road, 141. Ecco, ce l’ho scritto. – Frankie e Johnny si guardarono. Il tizio non era stato poi così discreto. - Ma James è tutto scemo e voi più di lui. Jack sta al 141 di Bigville Road, dall’altra parte del quartiere. – - Sicura? – - Ma certo che sono sicura idiota. Metti in moto questa carretta, se sto ancora cinque minuti qui dietro ne esco sciancata. – - Il tuo profilo ne guadagnerà senz’altro. – Non seppero mai cosa gli venne risposto poichè macchina e occupanti sgommarono via senza degnarli di uno sguardo. Frankie e Johnny li osservarono sparire, poi si tolsero gli occhiali. - Te l’avevo detto che eravamo in ritardo Frankie. – - Lo so Johnny. –
La festa era riuscitissima. Jack era stato attaccato al barilotto di birra e fatto bere fino a quando non aveva dovuto allargarsi i pantaloni per riuscire a starci dentro. La torta era arrivata ammaccata, ma nessuno ci aveva fatto caso mentre tentava di accaparrarsene un pezzo. La storia di come Annie e Josh erano riusciti ad averla per quasi la metà del prezzo, era leggenda. I due per altro, avevano abbandonato l’idea iniziale di non sbilanciarsi e si erano allegramente ubriacati dando fondo al loro talento di improvvisatori. Voci non confermate li avevano dati per dispersi in una delle camere dell’appartamento… insieme. Nessuno se ne era preoccupato: come ogni miglior copione includente un gay e un’isterica i due non avrebbero più ricordato niente della serata se non uno strano sogno erotico, in cui i rispettivi partner sembravano più femminili del solito. Il bollettino del gossip però si infervorò improvvisamente quando dalla camera uscì con loro il vicino di casa di Madeline. La fuga fu d’obbligo. Jack ricorderà per sempre quella serata, in cui casa sua venne distrutta e lui quasi ucciso. Ma tutt’ora giura che fu la festa migliore a cui aveva partecipato. Fortunatamente, non ne fecero più.
Frankie e Johnny erano stanchi. Dopo che i ragazzi erano passati, avevano raggiunto l’indirizzo che avevano urlato dal finestrino. Effettivamente, lì di gente ce n’era. Perfino troppa. - Decisamente troppa. – - Lo so Johnny. – Erano scesi dalla macchina senza prendere le armi dal bagagliaio. Avrebbero fatto una cosa più pulita, senza dare troppo nell’occhio. Alle nove millimetri c’era già il silenziatore. - Ricordati: inosservati. – - Lo so Frankie. – Erano entrati nel palazzo. La festa era si era espansa per tutto il condominio e alcuni condomini, rinunciando all’idea di dormire, ballavano e bevevano in pigiama. L’ultimo piano era una baraonda incredibile: una marea di ragazzi e ragazze ballava, bevevo, pomiciava, correva e urlava, seguendo un flusso di corrente del tutto casuale. Alla faccia del non volere indesiderati tra i piedi. Individuarono subito Jack: era il ragazzo in piedi su un tavolo, con un tubo in bocca e la maglietta con su scritto Jack. Cercarono di avvicinarsi e a metà strada incapparono nel tizio. - Ragazzi! Ce l’avete fatta a venire!! – Diede loro una pacca sulla spalla e scomparve inseguendo una bionda ubriaca quanto lui. Frankie e Johnny si guardarono poi guardarono Jack. Gli avevano tolto il tubo e messo in mano una bottiglia di whisky, incitandolo a berla tutta d’un fiato. - Non mi piace Johnny. – - Neanche a me Frankie. – Tra i ragazzi sotto Jack, alcuni si facevano passare uno spinello. Mentre uno di loro accorreva con l’accendino acceso, scivolò su una chiazza di birra e andò a sbattere contro il tavolo già traballante su cui stava Jack. Improvvisamente, tutto andò al rallentatore. Jack perse l’equilibrio e cadde addosso alla ragazza che stava tagliando la torta, lasciando andare la bottiglia. A sua volta, anche il coltello della ragazza finì in aria. La bottiglia di whisky andò a frantumarsi sul pavimento spandendo il liquore tutto intorno; nel mentre, l’accendino dalla mano del ragazzo scivolava verso il pavimento. Il coltello volteggiava in aria, percorrendo una perfetta parabola in ascesa, per poi ricadere proprio sopra Jack, disteso sopra la ragazza. E mentre stava pensando che forse morire in quel modo era un po’ stupido, una mano afferrò il coltello e la velocità tornò normale. - Tutto a posto ragazzo? – Frankie teneva il coltello per il manico e tendeva a Jack l’altra mano. Johnny era invece accorso verso l’accendino e si stava già cercando una sigaretta. - Amico, credo che dovresti almeno invitarla a ballare prima di stargli così sopra. – Jack si riscosse un attimo e poi accettò la mano di Frankie. - Grazie. – - Nessun problema. – I due afferrarono una delle bottiglie sparse lì in giro e uscirono. Era estate e c’erano ventotto gradi. Johnny si tolse gli occhiali da sole e si asciugò il sudore dalla fronte. Davanti a lui, palazzi più o meno addormentati e la cappa afosa della città. Sotto di lui, il peggior festino alcolico a cui aveva assistito. Con un sospiro si voltò verso Frankie. - Sei vecchio Frankie. – Frankie bevve un sorso dalla bottiglia e la passò a Johnny. - Anche tu Johnny. –
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