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Questo è il primo dei miei deliri pre-holden che valga, a mio parere, la pena di essere mostrato. Mi divertii un sacco con Edipo, ne esiste anche un soggetto di una ventina di pagine, ma non è proprio il caso per ora. Lui è il fratello maggiore di Hermes, e spero proprio che prima o poi arrivino altri fratellini e sorelline a tenergli compagnia, che da soli questi due sono davvero pestiferi. Edipo vide la luce alla fine del secondo anno di università, e la ritrovo a metà del terzo, sulla mia tesi di laurea. Un modo come un altro per dire che di studiare ne avevo piene le scatole.
In un bel bar in centro Tebe un barman con folti baffi sta strofinando dei bicchieri dietro al bancone. Davanti a lui alcuni ragazzi sorseggiano le loro bibite bisbigliando tra loro, mentre i clienti abituali sono tutti rivolti verso tv. Uno dei ragazzi pone una domanda al barman: “Scusi, posso farle una domanda?” “Ma certo figliolo” “E’ vero che Edipo veniva spesso in questo locale?” Il barman mette giù il bicchiere, ripone lo straccio e sorride. “Si è vero, il vecchio Edipo veniva spesso in questo bar quando era ancora l’eroe di Tebe. Proprio lì, dove sei seduto tu, c’era il suo sbagello.” I ragazzi mormorano tra loro. “Se volete posso raccontarti la sua storia così com’è avvenuta, così come io l’ho vista e lui me l’ha raccontata, senza tutti fronzoli dei giornali.” I ragazzi annuiscono e si mettono comodi sugli sgabelli, gli altri avventori ora si voltano verso il bancone, sorridenti. “Dunque, cominciamo. In un bel giorno d’estate Edipo se ne andava tutto tranquillo sulla statale 23 con la sua vecchia utilitaria rossa in direzione Tebe, fischiettando allegramente per tenersi compagnia. Era libero e senza legami, poiché aveva appena scoperto che la famiglia che lo aveva cresciuto fino a quel momento lo aveva adottato da piccolo, quindi si era ritenuto sollevato dal dover rilevare l’azienda di famiglia e se n’era andato per i fatti propri. All'improvviso da una collina poco più avanti vide arrivare un grosso autocarro nero che occupava tutta la carreggiata ed entrambi furono costretti a fermarsi. Alla guida dell’autocarro c’era un vecchio rinsecchito che fumava un grosso sigaro, sicuramente cubano. Si sporse dal finestrino apostrofando malamente il ragazzo e scuotendo il pugno in sua direzione intimandogli, poco gentilmente, di farsi da parte. Edipo, che non aveva molta voglia di lasciarsi coinvolgere nei deliri del vecchietto, aspettò tranquillo che l’altro si calmasse, continuando a fischiettare. Ma un certo punto nei suoi improperi il vecchio toccò un argomento che a Edipo stava particolarmente a cuore. Non molto contento di essere stato definito un “omosessuale” e “divertimento per carcerati” scese dall’auto e prese da dietro il suo sedile un grosso cric. Il vecchio continuò ad insultarlo aumentando il volume quando vide che il ragazzo, invece di spostare l’auto, veniva verso di lui. Edipo salì sulla predella dell’autocarro e guardò il vecchio che stava ancora masticando sigaro e improperi. Senza dirgli una parola, afferrò il cric con tutte e due le mani e lo scagliò sulla testa del vecchio, spappolandogli le ossa del cranio. Il vecchio si accasciò sul finestrino aperto ed Edipo poté scostare il vecchio e parcheggiare l’autocarro sul ciglio della strada. Tornato alla sua utilitaria salì e, riprendendo a fischiettare, mise in moto per raggiungere la sua meta. Arrivato a Tebe cominciò a vagare per la città in cerca di lavoro ma soprattutto di fortuna. Entrò in un bar, questo bar, dove tutti gli avventori erano assorti in un gioco a premi alla tv, mentre dietro al bancone un ottimo barman stava tranquillamente asciugando i suoi bicchieri sempre puliti e perfetti. Edipo si sedette al banco e ordinò da bere. Incuriosito dal gioco e dall’interesse degli spettatori Edipo chiese informazioni al barista e scoprì che quello era il gioco a premi più famoso, ma anche pericoloso del Peloponneso: se vincevi infatti, diventavi un eroe molto ricco, ma se perdevi avevi giusto la possibilità di diventare l’eroe del tuo girone giù nell’Ade. Le eliminazioni dei concorrenti erano fisiche. Edipo ci pensò un po’ su e decise che alla Dea bendata bisognava dare un paio di indicazioni su dove andare a parare. Si iscrisse quindi al gioco a premi. Il gioco era presentato dalla Sfinge, popolare conduttrice televisiva del Peloponneso. Era famosa per la bellezza, le movenze sensuali e la particolare crudeltà con cui eliminava i suoi concorrenti, infatti era conosciuta anche come: La Fiera. Da anni proponeva sempre lo stesso indovinello, mai risolto da nessuno fino a quel momento. Il gioco cominciò con la girandola spettacolare di luci e suoni di cui la Sfinge era la regina assoluta. I concorrenti venivano eliminati uno dopo l’altro nel vero senso della parola; nei camerini si respirava un’aria di terrore, speranza e disfattismo, ma Edipo non si lasciò scoraggiare, lui aveva un piano, il suo asso nella manica che non lo abbandonava mai. Fu l’ultimo a partecipare e quando salì sul palco venne salutato dagli applausi degli spettatori che attendevano nuovo sangue; la belva come lo vide notò immediatamente la sua prestanza fisica e ne rimase talmente affascinata che non pensò più al gioco. Completamente persa in Edipo, la Sfinge gli pose il famoso quesito, mettendosi in mostra con pose maliziose per coinvolgerlo in un gioco di sguardi seducente. Edipo, apparentemente interessato alla scollatura, riuscì a sbirciare la risposta sulla cartelletta che la conduttrice aveva lasciato cadere nella distrazione e vinse. Edipo divenne il nuovo eroe cittadino. La folla esultò, lo acclamò e lo portò in trionfo; fu proprio grazie ad essa riuscì a sfuggire alle attenzioni della donna, che avrebbe tanto voluto dargli un premio a detta sua molto speciale, ma Edipo era superiore a queste cose e preferì occuparsi dei suoi fan. Da quel giorno Edipo cominciò a vagare per Tebe godendosi la ricchezza e la meritata fama. Mentre era qui, al bar dov’era solito passare le giornate d’ozio viziato e coccolato, un uomo lo invitò a seguirlo per pranzare con Giocasta, la donna più ricca e potente della città, colei che deteneva il potere su tutte le associazioni benefiche e mafiose tebane e proprietaria, tra l’altro, dell’esclusivo ristorante per soli vip ‘la Reggia’. Edipo accettò e venne subito condotto a bordo di una lussuosa limousine fino al ristorante. I due pranzarono assieme parlando del più e del meno, ma l’attrazione reciproca era evidente ed entro il pomeriggio i due erano già perdutamente innamorati. La relazione fu infuocata e durò poco più di un mese, dopo di che si sposarono, diventando immediatamente la coppia più osannata dai giornali. Tra gli onori della sua fama e quella riflessa della sposa, Edipo se la stava godendo di tutto diritto, ma purtroppo c’erano anche dei doveri a cui doveva ottemperare. Da giorni infatti gli uomini della moglie erano alla ricerca del responsabile dell’assassinio del precedente marito, trovato morto sull’autostrada dopo che i mercenari di Sparta avevano reclamato per il mancato recapito di una grossa partita d’armi. Il problema non era solo quello: gli uomini di Giocasta, che inp recedebza erano stati gli uomini di Laio, sembravano più che altro prendere la morte del vecchio capo come scusa per poter picchiare tutti indisturbatamente. Gli affari stavano cominciando a peggiorare: le bische clandestine, le discoteche e i night club erano mezzi vuoti e gli spacciatori avevano dimezzato il loro profitti perché tutti erano troppo terrorizzati dall’uscire di casa una volta di troppo, soprattutto la sera. Persino la prostituzione era in crisi. Bisognava subito trovare l’assassino di Laio e mettere un freno a quei buzzurri, anche perché l’ospedale e l’obitorio minacciavano di mandare a lei i clienti in sovrappiù. Il problema principale era che ancora non si conoscevano le cause della morte di Laio: il medico legale cittadino si stava godendo una licenza speciale a Creta e non sarebbe tornato prima di tre mesi. Fino a quel momento Laio era stato stanziato in una cella frigorifera in attesa dell’autopsia. Edipo non sapeva che Laio era l’uomo a cui aveva dato una lezione prima di venire a Tebe quindi collaborò, anche perché Giocasta sapeva bene come chiedere favori al consorte. Armato di guida telefonica e agendina della moglie riuscì a far venire da Pito un nuovo medico legale, che attrezato di antiemetici e un digiuno di tre giorni, esaminò il corpo stabilendo la morte per ‘colpo contundente da cric’. A Edipo la storia sembrò familiare, ma pensando che fosse una coincidenza non se ne preoccupò; per buona misura comunque ordinò la rottamazione della sua vecchia auto e di tutto il contenuto, oltre che il sequestro di tutti i cric della città. I carri attrezzi conobbero un bel periodo in quei giorni. La sera stessa dei risultati dell’autopsia alcuni scagnozzi di Laio decisero di andare a farsi un paio di birre in onore del loro capo ed entrarono nel bar più vicino, che guarda a caso era questo. Da qualche giorno stazionava qui un tipo strano, che passava il tempo a ubriacandosi. Era un commerciante di oggettistica, arrivato in città da circa un mese nel tentativo di smerciare degli orribili soprammobili a forma di pecore. Non riuscendoci raccontava a chiunque fosse a portata d’orecchio la sua storia, assicurando che tutta la sua sfortuna derivava da un tizio, che ne aveva fatto fuori un altro con un cric proprio mentre lui era poco distante a lavorarsi una moretta tirata su all’angolo della statale per Atene; grazie a quella distrazione la ragazza era riuscita a scappare rovinandogli il divertimento. Da quel giorno non glie ne era più andata bene una. Anche ai due scagnozzi la storia sembrò familiare a decisero che era più che sufficiente per portarlo alla Reggia ed essere interrogato da Giocasta. Corrotto con un paio di birre e quattro cazzotti, l’uomo accettò di seguirli. Arrivato nel salone del ristorante vide Giocasta ed Edipo seduti al tavolo che si scambiavano tenere effusioni da sposini; all’uomo andò quasi di traverso la birra e cominciò ad agitarsi e a indicarlo freneticamente spandendo alcol su tutta la moquette persiana ai suoi piedi gridando: “E’ lui! è lui! Lo riconoscerei anche da sobrio!” Giocasta si voltò attirata dalle grida e vide le macchie sulla sua preziosa moquette; immediatamente ebbe una crisi isterica e svenì alla vista di tanto orrore. Edipo, che aveva finalmente compreso il guaio in cui si era cacciato, ignorò completamente la consorte e fuggì dalla porta di servizio passando sotto i tavoli. Gli scagnozzi balzarono immediatamente al fianco della donna per sostenerla e farle forza. Come si riprese Giocasta condannò immediatamente a morte l’insozzatore del suo prezioso tappeto; messa poi al corrente dell’identità dell’assassino del suo primo marito gridò un ordine terribile: voleva gli attributi del suo nuovo ex marito per cena quella sera. Subito gli scagnozzi si lanciarono all’inseguimento di Edipo. Lasciata sola Giocasta cercò di rendersi di nuovo presentabile e venne avvicinata da un tizio con l’impermeabile scuro che le porse una cartelletta. Erano gli esami del sangue che lei aveva fatto fare a Edipo qualche giorno prima, par aiutare il suo nuovo sposo a scoprire l’identità dei suoi veri genitori. La cartella davanti a lei non portava buone notizie, del dna del suo consorte coincideva con il suo. Scoperto il rapporto di maternità che la legava a Edipo Giocasta si rese conto di aver ordinato che venisse evirato. Si portò le mani al volto e svenì di nuovo, battendo la testa e morendo sul colpo. Edipo, del tutto deciso a conservarsi sano e integro, salì sulla prima fuoriserie del suo garage e partì a gran velocità, investendo il giardiniere, due cani da guardia e una vecchietta con le sporte della spesa. Uscito dalla città prese l’autostrada in direzione di Corinto. Gli scagnozzi però gli furono subito dietro su macchine nere d’ordinanza e cominciano ad accerchiarlo muovendosi con complicate coreografie, che ebbero il risultato di fare strage di pedoni. Il sindaco diede il via libera alla requisizione di scuole, palestre e giardini pubblici per aprire nuovi sedi ospedaliere e fosse comuni. L’inseguimento fu molto spettacolare, il guinnes dei primati segnò quello come il tempo più breve che fu mai registrato sul circuito Tebe-Corinto, appena inaugurato. Finalmente Edipo giunse in vista del famoso casello di Corinto, trenta sportelli automatici compresi di bancomat e cassiera robotica che faceva i massaggi compresi di tutti gli optional. Una sbarra di acciaio temperato scese a bloccargli il passaggio nel casello comune in cui si era diretto per abitudine. Una vocina leziosa si fece sentire attraverso un altoparlante, apparentemente indifferente della situazione disperata in cui si trovava l’eroe: 'La tariffa di ingresso è di 5 euro. Inserisca i soldi nell'apposita fessura' Purtroppo però Edipo aveva solo pezzi da cento e quello sportello non accettava la carta di credito. Cercò di fare retromarcia il più in fretta possibile per andare al casello giusto, ma venne bloccato da venti auto nere che lo circondarono: da ciascuna macchina uscirono quattro uomini vestiti di nero e occhiali da sole e grossi come armadi, che con una velocità degna di un maestro di kung-fu placcarono la sua auto, la aprirono come una scatoletta di sardine e lo tirarono fuori. Immobilizzato, il capo scagnozzo si accinse ad eseguire la terribile condanna sghignazzando soddisfatto. Si udì un urlo atroce giungere fin qui: il mondo maschile entrò in lutto, aveva appena perso uno dei suoi esemplari migliori. Ecco ragazzi come Edipo si ritrovò senza soldi, senza auto, senza moglie né madre e senza niente da poter offrire a una donna in cambio di vitto e alloggio dall’oggi al domani. Così mal messo si risolse proprio in un impiego da marchettaro, in cui riuscì comunque ad eccellere. In breve diventò una celebrità anche in quel campo, attirando di nuovo le luci dei riflettori su di se e raccontando la sua triste storia nei talk show e ritornando ad essere il beniamino della gente. Ora lo si può trovare sulle pagine gialle: riceve solo su appuntamento e con abbigliamento a richiesta. Con un sovrappiù si può ascoltare anche la storia di come sconfisse la ex-teleconduttrice più temuta dai concorrenti del Peloponneso con tanto di imitazioni.” “Wow! Mitico” sussurrano i ragazzi. “O si, davvero mitico.” Uno dei ragazzi propone agli altri di andare a visitare gli ex studi della Fiera: danno un gadget in omaggio se rinunciano allo sconto comitiva. Accettano tutti entusiasti e chiedono il conto. “Fanno quaranta euro” I ragazzi lo guardano allibiti. “Per delle bibite e qualche caffè?!” “No, quelle sono solo dieci euro, trenta sono per la storia.” I ragazzi pagano e se ne vanno di malumore, lanciando occhiate assassine al barman. Il barman conta i soldi soddisfatto. “Ma chi lo dice che quel ragazzo porta male, a me ha portato solo soldi. Si, un sacco di soldi.”
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